martedì 28 luglio 2020

MARIAGRAZIA E DOMENICO

    I figli nascono ben prima di venire al mondo. Essi sono la conseguenza dell'inesauribile fecondità dell'amore e iniziano a influenzare la vita dei genitori nel momento stesso in cui essi, cominciano a pensarli: i figli vivono, prima di tutto, nel cuore e nella mente delle mamme e dei papà.

    Per Monica e per me è stato così e mi ricordo quando, durante le nostre passeggiate sul belvedere di San Francesco, tra il Porto e Trentova, ci dicevamo con tenerezza che avremmo voluto un maschietto per lei ed una femminuccia per me.
    Il buon Dio ha accolto la nostra preghiera e ci ha fatto dono di Mariagrazia e Domenico.

Parlare dei propri figli senza cadere nella retorica è abbastanza complicato così come realizzare un discernimento critico (nell'accezione positiva del termine) riguardo le loro persone.

Per il mio essere padre, i miei figli sono la speranza che domani la luce avrà di nuovo la meglio sul buio, sono la promessa rinnovata dell'impegno per il futuro, sono la vita che testardamente resiste nonostante venga continuamente violentata, banalizzata e negata, sono la motivazione che mi spinge ad utilizzare il "nonostante" e non il "purtroppo". 
     Essi sono l'aria che ti manca alla loro prima febbre, sono il terrore di avvicinarti alla culla per sentire se respirano, sono l'angoscia della prima uscita da soli, sono l'amarezza dell'inevitabile richiamo e punizione che prima o poi dovrai impartirgli, sono quel groppo in gola che ti viene quando sai che è giusto e necessario consentirgli di sbagliare.

Anche per Mariagrazia e Domenico gli anni della malattia di papà, fino ad arrivare a questi mesi in cui in covid ci ha devastati, non sono stati semplici. Devo però riconoscere loro di non essere stati per me causa di preoccupazione per i loro comportamenti. 
Nel periodo in cui siamo risultati contagiati ho temuto per la loro  tenuta psicologica, soprattutto a causa delle tante voci distorte sul mio conto. Sono state settimane terribili tuttavia, oggi, osservo con fierezza che i miei figli stanno superando egregiamente i mesi passati e con un bagaglio di esperienza che di certo tornerà loro utile nel prosieguo della loro vita.

    Ecco, il loro futuro. Spesso mi sono interrogato su cosa avremmo dovuto fare, come genitori, per il futuro dei nostri figli. I primi pensieri vanno al lavoro, al cosiddetto "sistemarsi", a lasciarli nelle condizioni per poter fare le migliori scelte possibili. Se Mariagrazia, dopo aver conseguito la laurea in biotecnologie, ha un obiettivo chiaro, Domenico, ancora adesso, come dicevano i suoi insegnanti, vive in un mondo tutto suo (e io dico: beato lui) e non ha ancora deciso dove indirizzarsi. 
Penso però che i nostri figli hanno anche loro un compito, di più, un dovere morale, ovvero sforzarsi di diventare ciò che davvero essi sono.   

   Mariagrazia e Domenico non saranno mai nostri e nonostante gli abbiamo donato tre vite, la loro personale e le nostre di genitori, essi sono altro rispetto a noi; non ci appartengono pur essendo il riflesso della nostra anima proiettato nell'eternità.
Tuttavia essi sono chiamati a portare a termine la missione di seguire e realizzare le loro aspirazioni.

E se un giorno Monica ed io sapremo di essere riusciti ad accompagnarli in questo cammino potremo avere la gratificazione e la gioia di affermare che anche noi avremo visto realizzarsi la nostra aspirazione.

Mariagrazia e Domenico: lo stupore della vita.


    







venerdì 24 luglio 2020

MONICA E IO

    Ci sono delle persone che quando le incontri la prima volta è come se le conoscessi da sempre. Attraverso il loro sguardo, hai l'impressione di vedere storie e vicende già vissute, in una sorta di immaginario flashback nel quali ritrovi episodi in realtà mai accaduti.

    Una di queste è Monica, mia moglie. Dal primo istante in cui incrociai il suo sguardo mi parve di conoscerla da sempre. Si tratta di quelle sensazioni che ti fanno capire che quel volto, quella persona, non sono sullo stesso piano di tutte le altre.

    Nonostante un fidanzamento tribolato e litigioso, ci ritroviamo sposati da 27 anni, due figli splendidi e la condivisione di tanti momenti ed esperienze sempre intense e mai banali.
    Anche l'ultima, terribile ma al tempo stesso esaltante, ha fatto emergere quanto di buono siamo riusciti a costruire nel corso del tempo. 
    In realtà da sei anni a questa parte ci è capitato di tutto e di più ma, di sicuro, è stata la malattia di papà a certificare la grandezza della persona che sta condividendo la sua vita con la mia. Non è stata infatti necessaria neppure una parola fra di noi, Monica ha abbracciato quella croce forse anche più di me. Un rapporto speciale il suo con mio padre, fatto di complicità, di servizio, di risate e amorevoli battibecchi. 
    Non poteva essere altrimenti tra due persone dal cuore immenso, malcelato dietro una improponibile scorza di insensibilità; e ringraziavo e ringrazio il buon Dio per aver posto sul mio cammino una simile donna. 
    Resteranno in me impressi per tutta la vita il luccichio degli occhi di papà quando parlavamo di Monica; così come mi hanno segnato per sempre, le lacrime che Monica ha versato per giorni quando papà ha concluso il suo cammino terreno.

    Penso spesso al fatto che, durante il nostro matrimonio, non abbiamo mai litigato, al massimo qualche giorno in cui ognuno di noi ha avuto la necessità di restare in solitudine mentale. Ne ho parlato anche col mio direttore spirituale il quale non si è mai stupito: " si vede che oltre a volervi bene, sul vostro rapporto ci lavorate"; queste le sue parole.
Devo essere sincero, nel senso che occasioni di attrito ce ne sono state. Pensiamo però che, in genere, si litiga per due motivi ovvero per cose sciocche oppure gravi. Bene, dinanzi a fatti seri è preferibile, per prima cosa, affrontarli e risolverli. Per quelli sciocchi, chi si trova primo, conta fino a dieci e ci si accorge che non valeva la pena litigare.

A parte ciò, è abbastanza facile stare accanto a Monica perché è sempre stata una ragazza semplice, buona, disponibile verso la famiglia e verso i tanti che la scelgono come confidente; è una persona che ispira fiducia e non lesina mai consigli e solidarietà.

Ecco, Monica è l'ennesima dimostrazione che il caso non esiste e che ciò che nella vita ci accade, va inserito in un contesto temporale più ampio dell'immediato. La prova sta nel fatto che non avrei mai voluto fare il mio lavoro ma grazie ad esso ho avuto l'opportunità di entrare in contatto frequente con la ragazza di cui sarei diventato il marito.
    E non ho dubbi nell'affermare che stare accanto a lei mi ha reso un uomo migliore perché ho potuto capire la realtà che mi circonda anche attraverso i suoi occhi e il suo approccio alla quotidianità: non è forse questo uno dei motivi fondamentali dello stare insieme, cioè quello di completarsi con l'altro nella reciprocità e nell'accoglienza delle differenze?

Oggi, dopo l'ennesima prova durissima che ci ha privato della presenza fisica di papà, abbiamo la serenità di aver fatto ciò che era giusto fare ma, ancor di più, di non averlo fatto per dovere ma per amore, amore verso i nostri genitori, amore incondizionato fra di noi.

E sono fiero e grato di poter affermare  in ogni occasione che Monica, mia moglie, è la parte migliore di me!

P.S.: qualche difetto ce l'ha pure lei!😄


   


sabato 18 luglio 2020

NON MI BASTA PIU'

    Ero diventato papà da pochi anni. In quel periodo veniva spesso a pranzo il mio parroco di allora, don Remigio Bellizio il quale era solito accomodarsi ad un tavolo nei pressi del televisore.
    Ricordo che un giorno, anzi diciamo tutti i giorni, il telegiornale passava immagini di bambini stremati da guerre e carestie. Appunto uno di quei giorni mi avvicinai a don Remigio e gli dissi che da quando era nata mia figlia, ogni volta che in Tv o sui giornali passavano quel tipo di immagini, ero assalito dall'angoscia e dal dolore; era come se nei volti di quei bambini vedessi il volto dei miei.
Don Remigio si fermo un attimo, alzò lo sguardo e mi disse: "nella tua indignazione c'è la tua salvezza".

    Sono passati circa vent'anni, le sofferenze che coinvolgono bambini e minori sono, se possibile, aumentate (solo l'appunto statistico del primato mondiale detenuto dagli italiani, per quanto riguarda il "turismo" sessuale minorile). Alla mia sensibilità di padre si è aggiunta quella di figlio. La malattia di papà e i pesanti acciacchi di mamma mi hanno messo in contatto con un microcosmo che non avrei creduto possibile nella nostra Nazione, dimensione che solo chi ha avuto oppure ha a che fare con la realtà della sanità pubblica, può comprendere.

 Oggi, come allora lo dissi a don Remigio, l'indignazione non mi basta più, così come che in tale comportamento, possa trovare la salvezza dell'anima, per me credente. 

    L'indignazione è uno di quegli atteggiamenti e sentimenti che ti fanno capire che ancora vivi una dimensione di umanità. E' però solo un punto di partenza perché, se all'indignazione non segue altro che la presa d'atto di una certa realtà, secondo me va a farsi benedire pure la salvezza perché, per il credente, il giudizio non verterà su quanto di buono abbiamo eventualmente fatto ma sul bene omesso avendo avuto avvertenza e possibilità di farlo.

    Il diritto alla salute, principio garantito dalla Costituzione, è uno di quei campi in cui, da parte del cittadino, da parte del cristiano, è oggi necessario un rinnovato interventismo a livello di sensibilizzazione delle coscienze ed affermazione del diritto stesso.
Il destinatario di tali azioni è senz'altro colui che ha ricevuto, nell'àmbito della struttura e delle dinamiche istituzionali, la responsabilità dell'organizzazione e della gestione del bene comune.

    L'attuale configurazione della sanità pubblica, almeno quella che ho sperimentato io in questi anni, indipendentemente dall'efficacia dell'aspetto diagnostico e terapeutico, cancella la dignità non solo dei pazienti e dei loro famigliari ma anche di quel personale(medico, infermieristico e ausiliario) che ancora vive il proprio lavoro come una missione e si appresta alla propria professione con quel minimo di empatia che consente non solo di curare la malattia ma soprattutto l'animo delle persone.

    Ed è per questo motivo che avverto la responsabilità di non poter tacere dinanzi allo scempio ed al disastro che si protrae ormai da decenni. Le eccellenze che pure esistono, anziché essere la regola, sono delle eccezioni che in molti casi sono tali in virtù dell'impegno dei singoli e nonostante norme farraginose, regolamenti maldestri e risorse sempre più esigue.

    In "Lettera ad una professoressa", don Lorenzo Milani sosteneva:
«Ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.»
    Ecco, io credo che il primo passaggio sia questa presa di coscienza sulle comuni sorti, sia come singoli che come comunità.
    Il secondo punto è quello di utilizzare la potenza dell'indignazione per richiamare alle proprie responsabilità intere classi dirigenti che, per raggiungere i propri obiettivi, si sono fatte soggiogare dalle dinamiche dei social network e dai guru della comunicazione, novelli sacerdoti del contemporaneo vitello d'oro dei "like", quasi a voler affermare che la bontà di una decisione o di un pensiero sia direttamente proporzionale al numero di coloro che li condividono.

    Insomma noi abbiamo bisogno che la Politica si riappropri del suo ruolo e che i suoi interpreti facciano riferimento a quanto, per esempio sosteneva Alcide De Gasperi: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione.»

    Ad ognuno di noi il compito di spingerli a riflettere, richiamarli ad una rivoluzione etica ed indurli ad un sussulto di fierezza in vista del bene comune.




giovedì 16 luglio 2020

MAMMA E IO

    Qualche giorno fa mi sono recato a casa di amici che hanno recentemente patito la perdita di un famigliare. Ci conosciamo praticamente da sempre cosicché abbiamo iniziato a ricordare tante vicissitudini.
    Non ricordo come ci siamo arrivati ma, ad un certo punto, la moglie della persona da poco mancata, parlando di mia madre disse:
 "Giuseppina l'ho vista sempre sorridente. Me la ricordo quando spingeva le carrozzelle dei tuoi fratelli con la gioia in volto nonostante sapesse che sarebbe stata lei a seppellire i suoi figli. Mai nulla ha scalfito la sua Fede".

    Inizio dunque dall'oggi: mamma è la testimonianza vivente che la Fede e il tempo, pur non sanando certe ferite, insegnano a convivere con le sofferenze che accompagnano la nostra esistenza (Mt 11,28-29). 
    Di più: è la prova in vita che Il Signore apre strade dove sembra non ce ne siano(Es 14,21-22) e trasfigura il dolore in gioia (Gv 16,20).

    Con mamma la vita non è stata tenera: un fratello ventenne morto in un incidente stradale, due figli da crescere sapendo che non sarebbero arrivati all'età adulta, tre interventi di angioplastica alle coronarie, la malattia del marito e tutta una serie di difficoltà quotidiane che ne hanno costellato l'esistenza, condivise con papà, che avrebbero stroncato chiunque.
    Eppure lei, fiera e decisa non ha mai perso la speranza addirittura spendendosi per gli altri in tante attività di solidarietà ed in modo particolare per disabili attraverso l'U.N.I.T.A.L.S.I..

    Ho spesso avuto la sensazione che fosse questo il suo modo di sfidare il Padreterno, quello di condividere ed alleviare il dolore altrui. Eh sì, ancora adesso ricevo messaggi da parte di persone, talvolta a me sconosciute, che mi raccontano di come mamma sia stata accanto a loro in momenti terribili e come sia riuscita ad indicare sempre una luce nell'oscurità della disperazione.

    Pensandoci bene è proprio vero, raramente ho visto il buio sul volto di mamma e ancor più, così come papà, l'ho sentita inveire o prendersela con Padreterno per la malattia ed il destino segnato per i figli.
    Paradossalmente proprio questa Fede incrollabile ed inattaccabile è stata per me un enorme ostacolo all'inizio del mio personale cammino spirituale: la sofferenza del giusto, la morte dell'innocente e, soprattutto, il fatto che i miei genitori non chiedessero conto a Dio per l'accaduto erano per me, in quel momento della mia vita, incomprensibili ed inaccettabili.

    Durante la mia vita, con mamma c'è stato un dialogo intenso sugli argomenti più disparati; tuttora è la colonna portante della mia attività. Lei è solare e poco diplomatica tanto che spesso si è trovata in situazioni rocambolesche, per certi versi divertenti, proprio per la sua impulsività. Talvolta è un come la piena improvvisa d'estate in un torrente: si fa fatica a contenerla. Anche con me, mai mezze misure e quando necessario amorevoli maleparole.

    Ma è mia madre, insieme a papà mi ha dato la vita, il bene supremo e più prezioso che ognuno di noi ha a disposizione.
    Proprio il fatto di essere datrice di vita fa di ogni mamma l'essere più simile al buon Dio, addirittura papa Luciani si espresse dicendo che Dio è padre e madre (apriti cielo per i tradizionalisti e conservatori). In questo senso anche la Scrittura, in alcuni passi, propone similitudini e metafore che rimandano la figura materna a Dio (in modo particolare nei libri profetici: Osea, Geremia, II e III Isaia). Ma la questione concreta sta nella somiglianza dell'Uomo a Dio, non nel senso antropomorfo quanto nella capacità di amare e continuare la sua opera creatrice.
    Ecco, se solo ci soffermassimo su questo particolare - il dono della vita- essenziale ma spesso dato per scontato, tanti dissapori e tragedie famigliari non esisterebbero. 
    Lo dico perché una volta mi capitò di farle pesare il fatto che mi trovassi in una situazione per assecondare una sua scelta. Mi pentii subito, il giorno dopo le chiesi scusa, eppure quell'episodio ancora mi fa stare male. Invece lei mi rincuorò dicendomi di capire il disagio e che comunque ero suo figlio. Ecco, una madre è come una sorta di prestigiatore che trasforma il brutto in bello, l'amarezza in gioia, l'astio in amore. Questa è mia mamma!



    
    



domenica 12 luglio 2020

PAPA' E IO

    Sono diventato genitore il 24 maggio 1994. Non ricordo invece con precisione quando ho iniziato ad essere padre. Diciamola tutta: per la mamma è più semplice poiché con i figli ha un rapporto carnale che ne facilita la presa di coscienza, almeno per il fatto che li custodiscono nel grembo per nove mesi.

    Giusto per evitare equivoci non mi pare superfluo mettere in evidenza che, pur in presenza di ruoli differenti,  madre e padre hanno pari dignità genitoriale e uguale peso specifico nella educazione dei figli dove, per educare, si intende il curare e far emergere il meglio dei propri figli ed insegnargli a lavorare su se stessi per attenuare e tenere sotto controllo i difetti.
Naturalmente, anche in questo caso, non esistono regole valide per tutti e forse mai come nella nostra epoca, si procede a vista.

    Non dico che sia una regola universale ma non ho avuto subito la percezione di essere padre. La consapevolezza è arrivata dopo mesi e cioè man mano che la presenza della mia primogenita iniziava a dettare i tempi della mia giornata (e delle nottate) e le scelte della mia vita, in tutte le dimensioni. 

    Ricordo i primi tempi in cui più di una volta mi accostavo a mia figlia dormiente per accertarmi che respirasse. Sì, alla gioia ed all'euforia per la nuova vita, spesso faceva da contrappeso l'angoscia per l'impotenza rispetto a qualcosa che potesse accaderle. 
   In quei momenti cominciai a rendermi concretamente conto dell'afflizione e della pena di mia madre e mio padre di fronte alla malattia dei loro figli. 

Man mano che Mariagrazia cresceva e, ancor di più dopo la nascita di Domenico, nostro secondogenito, acquisii definitivamente la contezza che la mia vita non era più mia e di mia moglie ma sarei esistito per sempre per i nostri figlioli. 
    Parliamoci chiaro, anche dinanzi ad un simile cambiamento ero perfettamente conscio del fatto che, comunque, non si smette di essere marito e figlio. Bisogna piuttosto imparare a gestire le varie dimensioni relazionali e scegliere di volta in volta le priorità. Non è una questione di suddividere sentimenti e affetto: l'amore è quella realtà che pur donandola, si moltiplica; quindi il problema non si pone neppure.

Mi sono spesso interrogato su come avrei dovuto comportarmi, cosa avrei dovuto fare per svolgere al meglio il mio compito di padre. E' evidente che il confronto ed il riferimento era papà. Fino alla nascita dei nipoti tra noi non c'era stato un grande rapporto anzi. Spesso avevamo avuto contrapposizioni forti e punti di vista diametralmente opposti. Nonostante ciò e nonostante non sempre egli ci sia stato nella mia vita - almeno fino ad allora - avevo sempre percepito la sua presenza, discreta e costante, nella mia persona, .

Così pian piano ho cominciato a capire. Di fronte alle difficoltà ed ai problemi - grossi - che ho dovuto affrontare, mi sono reso conto di come papà sia stato per prima cosa un uomo di grande spessore e di quanto, concretamente, insieme a mamma, abbiano fatto per me. 
Ho preso coscienza che le assenze ed i silenzi non erano tali, dovevano solo essere osservati con occhi e cuore differenti, occhi e cuore che solo un padre può avere e che rendono quelle realtà, apparentemente aride, come i prati che custodiscono i germogli in attesa della primavera.
Ho capito e sperimentato la solitudine del papà, quella che ti costringe al sorriso quando vorresti piangere, a mostrarti sicuro quando sei incerto, felice quando la tristezza avvolge il cuore.

    Eppure, essere padre è affascinante e ne ho avuto prova definitiva nei sei lunghi anni della malattia di papà.  La durezza di questo tempo è pari solo alla sua fecondità. Abbiamo perfezionato il nostro rapporto, ci siamo dette tante cose come mai prima, abbiamo riso insieme di tante vicende e abbiamo ripercorso ricordi tristi. In uno degli ultimi periodi in cui era ancora sufficientemente lucido si lasciò andare raccontandomi di essere molto fiero di me: "ora te lo posso dire", mi confidò. 

    E adesso che fisicamente non è più con me, sperimento il paradosso di avvertire la sua mancanza e, allo stesso tempo, sempre più la sua vicinanza e la sua capacità di infondermi sicurezza e fiducia. Non è forse questo ciò che vorremmo tutti, essere presenti anche quando non ci saremo più?
Ed è l'ennesima lezione di papà
    Per quanto mi riguarda avrei voluto avere l'opportunità di stare insieme quando ancora era in salute; avrei voluto avere il coraggio e l'umiltà di dirglieli prima tutti i "ti voglio bene" che gli ho detto negli ultimi anni. Mi rendo conto però che non ha poi molto senso rammaricarsi di ciò che poteva essere e non è stato. Noi siamo ciò che siamo in virtù delle nostre vicissitudini e ripensando a quanto accaduto, drammatico ed allo stesso tempo esaltante, raccolgo tutto il bello di questi anni: l'intensità del rapporto con papà; la consapevolezza di aver costruito, con mia moglie, una famiglia solida; l'importanza delle proprie origini, le splendide relazioni con tante persone che ci sono state accanto.
In fondo è la sintesi della vita di papà.




    

 

    

mercoledì 8 luglio 2020

MORRICONE E PAPA'

Ho avuto il privilegio di assistere a due concerti dal vivo diretti da Ennio Morricone.
 
La prima volta a Pescara. La location non era delle migliori e tuttavia già dalle prime note delle musiche del maestro, capii subito che il luogo era necessario solo dal punto di vista della logistica perché la narrativa delle melodie era già di suo un luogo.

La seconda volta l'ho vissuta nella cornice dell'Arena di Verona.
In questo caso non è superfluo rilevare che nel monumento della città scaligera si realizzava una sintesi perfetta tra spazio, tempo, persone ed emozioni: avevo la sensazione netta di non essere uno spettatore ma di far far parte di una storia, seppur di poche ore.

Ero, con la mia famiglia, nella fila centrale, neppure distante dal palco. Il dispiegamento delle due orchestre che accompagnavano il maestro e dei circa 100 elementi che formavano il coro, fu uno spettacolo in attesa dello spettacolo: movimenti precisi e leggeri dai quali traspariva una sensazione di armonia. L'impatto visivo era impressionante, quasi ad avvertire le migliaia di persone presenti che eravamo in procinto di partecipare ad un avvenimento unico che ci avrebbe segnato per tutta la vita.
I musicisti cominciarono ad accordarsi fin quando il primo violino diede la nota iniziale.

Ed ecco che con passo svelto e deciso il maestro apparve sulla scena, salutò il pubblico e gli artisti e iniziò subito sollevando la bacchetta e dando vita ad uno spettacolo meraviglioso fatto di note e melodie che in ognuno dei presenti evocavano ricordi, emozioni, aspirazioni.

Ci ho ripensato in questi giorni. 
Papà era appassionato di film western e quando, fino a qualche anno fa, era ancora sufficientemente lucido, li cercavo su tutti i canali disponibili perché per lui era come se tornasse ragazzo.
Partecipava alla trama immedesimandosi nel protagonista ed inveendo contro i "cattivi". Quando poi la scena era presa dalla colonna sonora lui l'accompagnava quando con il borbottìo delle guance gonfie, quando fischiettando. E mi viene un nodo alla gola quando ricordo le sue lacrime alle note che accompagnavano la scena dell'eccidio della famiglia di Juan Miranda (Rod Steiger) in "Giù la testa"; oppure nel crescendo musicale della scena finale di "C'era una volta il west" quando Jill McBain
 (Claudia Cardinale) riesce a completare l'opera del marito mai conosciuto.

Queste due scene erano quasi la sintesi della vita di papà; una vita dedicata alla famiglia ed al lavoro; una vita mai tenera con lui (e con mamma) e che gli aveva preso ciò che di più caro esiste per un genitore e che non gli ha consentito di vedere compiuta l'opera da lui iniziata.

Morricone e papà, così diversi e così simili. 
Due persone temprate dalle esperienze della vita e che comunque non avevano mai dimenticato di emozionare e disdegnato di emozionarsi; due che hanno messo passione in ogni cosa che hanno fatto; che hanno avuto un profondo rispetto per coloro che incontravano sulla propria strada; che hanno amato oltremodo la propria famiglia.

Ecco, io sono qui a considerare quale sia lo spessore che assume l'arte nell'esistenza delle persone. 
Cosa potremmo rendere ad un artista come Ennio Morricone che ha saputo cogliere la profondità dell'animo umano e farne scaturire capolavori musicali capaci di evocare ricordi e sensazioni, di suscitare emozioni, di far emergere il bello in ognuno di coloro che l'hanno ascoltato?

E non ho vergogna ad affermare il fatto che, oltre la preghiera, uno dei metodi per stare un pò insieme a papà per vivere quel tempo che non abbiamo mai avuto modo di condividere, è quello di appartarmi in solitudine e far partire le melodie di Ennio Morricone. E con gli occhi pieni di lacrime lo rivedo che, semplice e felice come un bambino, gonfia le guance e fischietta quei motivi.

Grazie maestro.









sabato 4 luglio 2020

ORA I MIEI OCCHI TI VEDONO

Ho già parlato della difficoltà di trovare un senso della sofferenza in un'ottica non religiosa.
In una prospettiva di Fede la faccenda si complica, in modo particolare dinanzi alla cosiddetta "sofferenza dell'innocente". 
Diciamola tutta: quando le asperità del cammino sono lievi ci sentiamo confortati ed inorgogliti dal nostro sentimento religioso, quasi protetti dal Signore che non ci fa capitare cose troppo pesanti. 
Ed in questo senso siamo anche facili dispensatori di consigli e di consolazione verso coloro che sono duramente provati dalla vita. Andiamo anche oltre dicendo la fatidica frase di circostanza "ti posso capire" quando invece ogni esperienza esistenziale può essere pienamente intesa solo se sperimentata in prima persona. 
In uno degli incontri del percorso prematrimoniale chiedo alle coppie il perché della loro scelta delle nozze in chiesa, meglio, nella Chiesa. Le risposte sono molteplici e raramente mi sono trovato di fronte a persone che ne avessero chiaro il significato. Da parte mia, anche per sdrammatizzare, gli dico che di certo il matrimonio religioso non è una sorta di polizza assicurativa che si stipula con il buon Dio e che ci mette al riparo dai guai. Stessa cosa, naturalmente, per chi si incammina in un percorso di Fede.
Quando la tempesta covid sì è abbattuta sulla mia famiglia, dal punto di vista della Fede, la prima sensazione è stata quella della confusione. 
Ecco, io credo che chi sperimenta il dramma della sofferenza, all'inizio è come stordito. Pare non sia possibile che tutto ciò avvenga, sembra di stare in uno strano sogno, e solo il passare dei giorni fa rendere conto che invece è la realtà e sta avvenendo proprio a me.
Il repentino susseguirsi degli eventi nefasti fa vacillare violentemente la Fede. Ci si chiede il perché, quale comportamento o atteggiamento possa essere stato sbagliato quasi da provocare la punizione di Dio nell'ancestrale e mai del tutto sopita teoria retributiva. In realtà il nocciolo della questione è tutto in questa dinamica che tenta di razionalizzare il mistero della sofferenza. Nello splendido libro di Giobbe, tre dei suoi amici fanno proprio questo maldestro tentativo di consolarlo cercando spiegazioni "terrene" tanto da indurlo ad appellarli come "consolatori molesti".
E' invece il quarto amico che offre un punto di vista "altro". Se ci si vuole incamminare in un  percorso di Fede è necessario abbandonare le personali certezze e sicurezze e accogliere la volontà del Padre. Quanto più volontariamente e consapevolmente ci si annienta, tanto più Dio pone dimora dentro di noi disperdendo nebbie che ci avvolgono. L'umano sapere è infinitamente piccolo ed inadeguato per tentare di interpretare i misteriosi disegni di Dio e dare una spiegazione al dolore così c
ome diceva padre Turoldo:
“Sapienza, Provvidenza, Potenza di Dio sono sempre al lavoro, perché anche il mondo, e non solo l’uomo, non è mai perfetto, mai sicuro; non è mai perfetto, mai sicuro, perché uomo e universo non sono mai finiti”.
Tuttavia è attraverso la trasfigurazione della sofferenza verso un bene maggiore che questa assume un senso, è nel dono di sé agli altri che il dolore spezza le catene dell'io trasformandosi in occasione di purificazione e rinascita.
Dinanzi alla sofferenza Dio non resta in silenzio si esprime piuttosto su una lunghezza d'onda che si può captare solo in determinate condizioni, tenendo sempre presente che ci ha donato suo Figlio il quale ci ha dimostrato che dopo ogni Golgota c'è  sempre la resurrezione.





giovedì 2 luglio 2020

SI PUO' DARE UN SENSO ALLA SOFFERENZA?

Me l'aspettavo quella telefonata. Era un amico col quale mi ero tenuto in contatto nei giorni angosciosi del ricovero di Alfonso. Pochi giorni dopo la sua morte, il telefono squillò.
La domanda fu una di quelle che non ammettono risposte preconfezionate, secca ed immediata come una carica di esplosivo che in un attimo sbriciola quelle che, fino a quell'istante, erano le certezze e le sicurezze sulle quali avevi costruito la tua esistenza:
" Che senso ha quello che è accaduto"?
Il tentativo di dare una spiegazione alla
sofferenza, soprattutto quella del "giusto", è iniziato insieme all'umanità.
L'approccio di dare un significato razionale a ciò che è oggettivamente irrazionale è il limite antropologico che ne impedisce una corretta elaborazione, così come provare a confinarla nell'àmbito metafisico, inteso come realtà oltre il mondo della natura sensibile.Anche le proposte delle tante religioni risultano essere inadeguate. Perfino nel cristianesimo è lo stesso Gesù che, nell'imminenza della Passione, si rivolge al Padre chiedendo prima di evitare quanto stava per accadergli, per poi affidarsi alla sua volontà.
E' altresì evidente che un vissuto quotidiano di Fede autentica è un grosso aiuto, talvolta decisivo, per trovare un corretto rapporto con la sofferenza.Ora, mettendo da parte la dimensione religiosa quale potrebbe essere la strada da percorrere?
Io credo che il primo passaggio sia quello di non fermare quanto accade in una foto istantanea impossibile da trasformare. E' il divenire del tempo che svela e porta a compimento gli avvenimenti. Il seme che marcisce sotto terra non avrebbe alcuna spiegazione se ci fermassimo a quell'istante. E' solo quando diverrà un albero che prenderà forma e capiremo il senso di quella "morte".
Ecco dunque un altro aspetto strettamente collegato al precedente: esercitarsi nella pazienza e imparare a dare valore all'attesa.
Se la mettiamo in relazione agli stili di vita dell'uomo contemporaneo addirittura ne diventa una realtà sovversiva.
Un'altra dimensione sulla quale riflettere è che la sofferenza è certamente più feconda della gioia. I momenti di difficoltà sono straordinarie opportunità di emersione di realtà della propria persona soffocate dalla "normalità".
Il dolore ha un'azione purificatrice, fa emergere ciò che è davvero utile ed essenziale cancellando le sovrastrutture mentali e materiali che impediscono alla persona di amare in vera libertà.
Nei lunghi e duri anni della malattia dei miei fratelli prima, e poi di papà -chi è stato accanto ad una persona cara inferma mi può capire- spesso mi sono interrogato non solo sul perché di quella sofferenza ma, altresì, sul senso di quella vita.
Credo che nessuno sia così presuntuoso da proporre risposte che possano essere valide per tutti.
Per quanto mi riguarda io credo che l'approccio sia quello di fare in modo che la sofferenza non resti fine a se stessa e quindi inutile. E' nella misura in cui riusciamo a farci trasformare in meglio che il dolore assume un significato. Ognuno di noi è risultato della reazione che ha avuto rispetto alle vicende della propria vita.
Il dolore è un artigiano orafo che mette un metallo prezioso nel crogiuolo per fare in modo che le impurità si separino dall'oro e poi trasformarlo in un gioiello. Se è vero che ci sono realtà che non possiamo cambiare, lo è altrettanto che possiamo decidere come viverle.



TUTTO SUA MADRE (J AX)

Caro don Bruno. Mi è capitato di scoprire questa canzone in una serata televisiva. Il cantante non è (era) tra quelli che mi appassionano e ...