martedì 25 agosto 2020

IL MIO AMICO

     Ci sono delle amicizie che vengono decise in Cielo e si compiono sulla Terra. 
    (Matthias Claudius)

    Questa la dedica che il mio amico mi ha scritto donandomi l'opera ciclopica da lui realizzata.

    Quando conobbi il mio amico percepii immediatamente che non era una persona tra le tante, almeno per il modo di porsi dinanzi ad un emerito sconosciuto per lui quale ero io.
    Avevo un incarico di responsabilità in una associazione ecclesiale e poiché si era insediato un nuovo parroco gli chiesi un appuntamento. Ci incontrammo nel suo ufficio mi presentai e posi nelle sue mani le mie dimissioni dall'incarico affinché lui potesse essere scegliere persone di sua fiducia. Guardandomi dal basso in alto (lui era seduto, io in piedi), mi rispose:"il cristiano è l'uomo della missione, non delle dimissioni".

    Ho ancora i brividi quando ripenso a quell'incontro, non solo per quello che mi disse ma anche per il tono suadente, rassicurante e, soprattutto, accogliente della sua voce.

    Ne sono passati di anni e il mio amico è stato l'artefice di un cambiamento della mia persona che mai avrei creduto di poter realizzare. Una delle osservazioni che di più ha contribuito a lasciare quelle che ritenevo delle certezze per addentrarmi nei meandri inesplorati della Fede, della conoscenza di me stesso e di conseguenza delle persone che ho incontrato sulla mia strada, è di una semplicità disarmante:"dal bianco al nero esistono milioni di sfumature".
    E' questo uno dei pregi del mio amico, quello di saper cogliere le sfumature di ogni persona, di capire ed immedesimarsi nell'altro talvolta fino al punto di anticiparne azioni e pensieri.

    Il mio amico è una persona vera e da vero amico non fa sconti. Ha la straordinaria sensibilità di saper attendere ma, al momento opportuno, ti prende per mano e ti accompagna dentro di te a scavare, scrostare, rimuovere le impurità e far emergere il meglio di te. Il mio amico ti parla anche quando non parla.

    Il mio amico mi ha insegnato, testimoniandolo concretamente, "che non siamo noi ad essere al servizio del tempo ma è il tempo ad essere al nostro servizio". E nonostante in un giorno ci siano 24 ore e le persone che bussano alla porta della sacrestia ma, ancor più alla porta del suo cuore sono sempre tantissime,  il mio amico riesce a fare in modo che quelle 24 ore talvolta diventino 36 e, quando necessario anche 48.

    Il mio amico è innamorato di Dio perché è innamorato delle persone. Ma sono i bambini a farlo impazzire di gioia e quando sta in mezzo a loro il suo cuore tracima di passione per il Signore e riesce a far capire l'essenza del rapporto tra il Creatore e la creatura. E i bambini, i quali hanno il dono di percepire la bontà e la veracità degli adulti, sono follemente attratti dalla sua persona, e quando insieme celebrano la S. Messa, ti rendi conto, quasi con una punta di sana gelosia, del rapporto privilegiato che c'è fra di loro.

    Il mio amico ti spinge sempre a dare il meglio di te, ti sta accanto nella tribolazione, condivide i tuoi momenti felici, è sempre pronto ad una pacca sulla spalla, ad un abbraccio, ad un "come stai". Il mio amico c'è sempre stato, anche quando non c'era, è stato presente con i miei figli, ha teso la mano a mia moglie, ha valorizzato mia madre, ha accompagnato papà sul rettilineo finale del suo cammino terreno.

    Il mio amico mi ha dato la sua fiducia, il mio amico non si è fatto scorgere mentre piangeva per le brutte vicende che mi hanno travolto, il mio amico mi ha affidato tutto ciò di lui che io fossi in grado di custodire. Egli è causa della mia serenità e della mia fedeltà all'impegno di conversione preso con me stesso.
    E il mio cuore è gonfio di felicità quando dalla Messa in Coena Domini fino alla Santa Veglia Pasquale, con gli occhi che gli brillano e la voce commossa, ma vibrante e sicura, egli si immerge nel mistero della Passione Morte e Risurrezione di Gesù Cristo e ci guida a scoprire Dio scoprendo noi stessi.

    Il mio amico è una persona libera perché ama per davvero e l'amore, libera. 
    Il mio amico è un dono di Dio, è un desiderio realizzato ed ogni giorno ringrazio il buon Dio di averlo posto sul mio cammino.

 il mio amico è il mio amico!


domenica 16 agosto 2020

INIZIARE DA SE' STESSI

    Indipendentemente dalla Fede, la Sacra Bibbia è maestra di vita per tutti, credenti, agnostici e non credenti, per il semplice fatto che prende in considerazione la quotidianità e la realtà delle persone
    La difficoltà nel mettere a frutto i suoi insegnamenti sta nel fatto che, anche per i cristiani, il Testo Sacro è pressoché sconosciuto e la "spiegazione" (esegesi) dei testi è sovente legata a maldestre interpretazioni popolari che in alcuni casi sono diventati modi di dire che poco hanno a che fare con l'essenza reale di quegli scritti.

    Uno dei passi più noti e controversi si trova in due Vangeli:
Lc 6,29a:
A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l'altra.
Mt 5,39b: 
se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra.

    Questo versetto, nel corso dei secoli e tuttora ai nostri giorni, è diventato una sorta di  giustificazione all'arrendevolezza, quasi all'ignavia e fondamento di quell'atteggiamento che ha preso il nome di buonismo.
    In realtà il significato è l'esatto opposto. Ai tempi di Gesù gli schiavi venivano percossi con il dorso della mano affinché il padrone, di solito un ebreo benestante ed osservante, non avesse a contaminarsi con lo schiavo stesso. A meno che il padrone non fosse stato mancino, la guancia colpita era la destra cosicché, l'invito di Gesù a porgere la guancia sinistra, non significava accettare la violenza e la sottomissione quanto farsi carico di spezzare un circolo vizioso anche di violenza, realizzare condizioni tali da indurre un cambio di atteggiamento o, almeno, portare chi percuote a prendere coscienza di quanto fa attraverso lo "sporcarsi le mani".

    Allo stesso modo è male interpretato Mt 7,1: non giudicate per non essere giudicati.  Questo versetto è vissuto come una sorta di liberatoria verso il relativismo morale, quasi un via libera a farsi i propri affari.
    Gesù, in quanto Figlio di Dio, conosce benissimo l'animo umano e sa che il giudizio verso gli altri prende spunto dalla mancata elaborazione delle stesse cose da parte di sé stessi. Gli altri sono il nostro specchio quindi l'invito è prima di tutto a far chiarezza con la propria persona e nel momento in cui ci siamo giudicati, e possibilmente avviati in un percorso di conversione, avremo la possibilità di accompagnare anche gli altri a migliorarsi nello spirito della correzione fraterna. Potremmo chiamarla empatia e richiama una delle linee guida del cristianesimo ovvero la reciproca responsabilità espressa in Gn 4,9 
«Dov'è Abele, tuo fratello?»

    L'elaborazione delle vicende degli ultimi mesi è ancora in corso. Moltissime le manifestazioni di solidarietà ricevute che hanno lenito il mio l'animo lacerato e che sono state rifugio sicuro nella notte gelida e buia dei sospetti e delle accuse. Tuttavia le mie riflessioni vertono proprio sull'atteggiamento di non poche persone che si sono avventurate in giudizi sommari sui miei comportamenti e sulla mia persona. Ho avuto modo di parlare con alcuni di essi e lo sconcerto è aumentato a causa delle giustificazioni spesso disarmanti. La tesi comune di costoro è che non hanno fatto altro che accodarsi a quanto "si diceva".
    Nessuno si è preoccupato di verificare ed accertarsi della veridicità delle ricostruzioni. Peggio ancora l'espressione di giudizi, ovvero di condanna, verso la mia persona in alcuni casi senza neppure la conoscenza personale.
    Un'altra realtà emersa da questi confronti è quella che la tendenza ad
esprimere valutazioni e giudizi attraverso i social media, spesso ignorando i fatti fino ad arrivare alla diffamazione, è ritenuta un fatto normale, quasi una inevitabile esigenza "per esserci" alla quale non ci si può sottrarre.
    In un altro caso, colui al quale ho chiesto conto delle sue azioni, mi ha risposto che non era a conoscenza del fatto che la persona coinvolta fossi io. Anche in tale occasione resto perplesso perché, indipendentemente dal "chi", la sostanza è che dietro ogni vicenda ci sono delle persone reali e vengono coinvolti e travolti i loro affetti più cari.
    Ultimo episodio in ordine di tempo, una persona che mi ha fermato per salutarmi pensando che io non fossi a conoscenza di quanto lui scritto, invocando per me anche punizioni esemplari tali da essere di monito a tutti. La mia reazione è stata una domanda ovvero come mai avesse scritto  certe cose non sapendo come fossero andati i fatti. Da parte sua la stessa dinamica sopra descritta e l'accusa a me di essere rimasto contagiato, quasi me la fossi cercata.

    Ora, cosa c'entra quanto espresso all'inizio del post con le mie vicende personali?

    L'esperienza da me vissuta potrebbe essere simile a molte in altri àmbiti e tuttavia dimostra come siamo distanti dal saper fare chiarezza con noi stessi prima di andare incontro agli altri. Il giudizio (e la condanna) dei comportamenti altrui, non è vissuto come occasione di discernimento personale ma quasi il tentativo di voler esorcizzare eventi negativi e persuadersi nella effimera convinzione del "a me non può capitare", "io non sono come gli altri".

    Per contro,
 all'epoca dei fatti, mi parve naturale porre dei gesti di accoglienza e comprensione, io nei confronti degli altri, poiché mi rendevo conto del timore e delle paure dinanzi a qualcosa di sconosciuto. Il comunicato che feci, mettendo a disposizione di tutti i fatti della mia vita privata di quelle settimane, aveva, tra le righe, anche l'intento di indurre alla riflessione coloro che mi leggevano. In realtà molti furono coloro che con telefonate e messaggi, si sono scusarono di quanto avevano scritto e detto. 

    La conclusione è che, anche quando siamo vittime di ingiusti giudizi sommari, per favorire il cambiamento in meglio delle persone e, volendo allargare l'orizzonte, della società, non possiamo che partire dal lavoro da realizzare su noi stessi. La risposta alla violenza non è la violenza e, allo stesso modo, la strada che conduce all'atteggiamento della serenità altra non può essere che quella del perdono. 




venerdì 14 agosto 2020

"DOTTI, MEDICI" E LINGUACCIUTI

    Appartengo ad una delle ultime generazioni a cui i genitori insegnavano ad astenersi da alcuni gesti o comportamenti, come forma di rispetto nei confronti di coloro che non potevano compierli o ne avevano subìto gli effetti negativi.

    E' probabilmente per questo motivo che la negazione o la banalizzazione della pandemia COVID 19 e, al pari, l'irresponsabilità di molti dinanzi alle comuni norme per prevenire il contagio, sono per me come il sale gettato sulle ferite ancora sanguinanti dell'esperienza vissuta.
    Le persone vivono questo periodo non con l'atteggiamento di chi ha dimenticato l'accaduto quanto come se le vicende dei mesi della chiusura non fossero mai avvenute.
    E' ormai una dinamica consolidata quella dell'usa e getta anche nei confronti di eventi epocali che sconvolgono non solo la vita dei singoli ma anche quella del mondo intero. Pare che qualsiasi cosa accada abbia una sorta di scadenza psicologica oltre la quale non si è più disposti a consumare e metabolizzare tali avvenimenti, soprattutto se si è nell'imminenza di particolari periodi dell'anno quali l'estate.
    Se durante il lockdown la caccia era ai presunti untori (io ne so qualcosa, anche se come untore sono un fallimento, non essendo riuscito a contagiare alcuno fuori dalla mia famiglia), ora gli strali sono nei confronti di coloro definiti disfattisti e pessimisti solo per il fatto di richiamare ad atteggiamenti prudenti e responsabili, e questo perché, soprattutto in Italia, a nessuno è consentito mettere in discussione la messa in onda di determinate liturgie laiche quali le gite fuori porta, le canoniche vacanze estive(meglio se all'estero), la cosiddetta movida, etc.

    Personalmente vivo con disincanto le vicende delle ultime settimane. Il motivo è perfino banale nella sua evidenza: solo chi ha vissuto il corona virus può rendersi conto di quale sia effettivamente il suo significato e quali possano esserne i postumi fisici ma, ancor di più, mentali e relazionali. Gli ultimi casi rilevati nella mia città non hanno inciso più di tanto nei comportamenti collettivi. L'esperienza del recente passato dell'ingiusto linciaggio mediatico nei miei confronti, non è servito ad evitare alle persone colpite di essere a loro volta vittime seppur, fortunatamente, con toni molto più attenuati di quelli rivolti a me. Ho personalmente ed immediatamente manifestato loro la mia sincera ed incondizionata solidarietà e disponibilità, prima di tutto a coloro che so non furono teneri nei miei confronti. E' questo l'atteggiamento normale e giusto di chi ha già sperimentato una simile situazione.
    Ma tant'è, la dinamica del capro espiatorio è la più facile da azionare; serve a rassicurare la propria persona del fatto che alcune vicende capitano in virtù di negligenza e superficialità di chi ne è vittima. Poche volte, invece, come nel caso del COVID 19, è lecito affermare che chiunque può rimanerne coinvolto, incolpevolmente e, talvolta, senza neppure rendersene conto ed esserne al corrente. 

Quello che però fa più male è il tentativo di negare o banalizzare la pericolosità del virus. 
    Come previsto da quella che io definisco "scienza silente", in contrapposizione alla "scienza da palcoscenico", la maggioranza dei contagi colpisce fasce di età sempre più basse; il caldo non ha ucciso il il virus (basta guardare quel che accade in Texas e California dove si registrano di media 37 °C) così come non esiste ancora una efficace terapia specifica.

    Sono certo che nel medio periodo, oltre ad un vaccino(di dubbia efficacia a causa delle continue mutazioni del virus) avremo una terapia ad hoc. Il dubbio mi resta invece sugli atteggiamenti e sul modo di pensare delle persone, spesso cervellotico, nevrotico e basato esclusivamente sull'onda emozionale.
    In tutto questo poi, ascoltiamo e leggiamo virologi, infettivologi, epidemiologi, immunologi, complottisti, negazionisti, funamboli del pensiero, saltimbanchi delle parole etc., affermare tutto ed il suo contrario, in una sorta di derby tra chi ha nelle mani la verità assoluta.
    Rarissima è invece la testimonianza di coloro che hanno sperimentato il contagio e le sue conseguenze; almeno per adesso: probabilmente saranno chiamati in causa quando le vacanze saranno finite e, Dio non voglia, potremmo essere chiamati nuovamente a chiuderci in casa, volontariamente o per imposizione.




    

mercoledì 5 agosto 2020

SOFFERENZA E SPERANZA

    Provi a non pensarci, tenti di allontanarlo, cerchi di distrarti, ti impegni in tante attività anche senza senso. 
    Manca però il respiro e quel groppo in gola dà la sensazione di soffocarti da un momento all'altro: il dolore per la perdita di una persona cara è una realtà devastante, ancor di più quando inattesa, irrazionale come nel caso di bambini, adolescenti, giovani.
    E' altresì vero che la sofferenza per la morte di un figlio, è una dimensione umanamente inaccettabile ed incomprensibile mentre dinanzi al fine vita di una persona anziana tutto sembra più sopportabile. 
    Anche a me, in passato, è capitato di commentare con umana pietà e rassegnazione l'epilogo del cammino terreno di persone nella cosiddetta terza e quarta età, quasi che l'essere avanti con gli anni rendesse meno doloroso il distacco fisico: come mi sbagliavo!

    In verità non è possibile prepararsi del tutto ad una realtà ineluttabile come quella della morte di un affetto. 
    Parlo naturalmente della mia esperienza ma credo che sia comune a tanti di coloro che mi leggono.

    Nel caso della morte dei miei fratelli la mia mente, per difendersi e continuare a vivere, ha cancellato tutto, cosicché non ricordo più in che anno è accaduto come neppure la loro età. L'unica reminiscenza è che tutto si è consumato in nove mesi.

Nel caso di papà non è andata così e non passa giorno in cui non ci sia almeno un pensiero per lui ed un'immagine che me lo faccia tener presente.
    Avrei voluto la possibilità di stargli accanto ancora un pò, e poi ancora un poco così da poter godere di quel tempo magari non avuto in passato; assaporare con voluttà ogni singolo istante, rivivere insieme ricordi, sanare quelle ferite ancora aperte ed ignote all'altro. 

    E' curioso come si riesca a trovare il tempo per donarsi nella reciprocità quando, ormai, ci si rende conto che ne resta pochissimo.
    E quando avviene il distacco, e il dolore ti lacera l'anima e la sofferenza ti cambia anche fisicamente, vorresti trovare un'oasi di pace tentando di allontanare ciò che ti ricorda quella persona che materialmente non ti è più accanto.
     Vorresti fare a meno del dolore ma poi ti accorgi che è il dolore stesso a mantenere una sorta di legame, anche fisico, con chi concretamente non c'è più.
    Si va incontro ad un processo (lento ma inesorabile) che partendo dal rifiuto di quanto accaduto ed al rigetto della sofferenza, attraverso una serie di decantazioni ed elaborazioni, trasforma il deserto del dolore, abitato da rimpianti e rimorsi, in terreno fertile dove fioriscono i fiori del ricordo ed i frutti delle esperienze condivise che rendono agli avvenimenti un senso che matura lentamente giorno dopo giorno.
    Questa straordinaria dinamica consente di percorrere la strada della serenità che offre l'opportunità di imparare a convivere con la mancata presenza fisica dei nostri cari.

    Come credente mi aggrappo alla roccia della Fede, faro nella tempesta e dimensione molto più concreta di quanto si possa credere. 
    E' grazie alla Fede, proposta di Dio che, nella nostra libertà ed autonomia, possiamo accogliere o rifiutare, che scaturisce la Speranza. E la Speranza è quella prospettiva che consente di elaborare e trasfigurare la sofferenza, di trasformare i "purtroppo" in "nonostante" perché per quanto possa essere lunga e buia la notte, per quanto possa essere dolorosa la via della croce, alla fine di ogni Golgota c'è sempre la luce della resurrezione.

    
    


domenica 2 agosto 2020

HO CERCATO E HO TROVATO

    Erano anni che mi interrogavo sul senso del vivere contemporaneo: ritmi frenetici, nervi tesi, insoddisfazione per come vanno le cose, stanchezza fisica e mentale, penalizzazione delle relazioni, etc.
    Devo dire che che tutto ciò non mi ha mai convinto tuttavia, talvolta, ci si ritrova in un meccanismo che non si è scelto e ci si deve attivare per non restarne stritolato ma, soprattutto, per non dimenticare che abbiamo a disposizione una sola vita.

    Questa vicenda del covid non ha fatto altro altro che confermare la mia convinzione che quel sistema di vita non ha un senso anzi, è finalizzato ad annientare il tempo della riflessione rispetto a ciò che davvero rende l'esistenza degna di essere vissuta.

   Io credo che ognuno, in questo tempo, ha avuto l'opportunità di scoprire o riscoprire quanto sia preziosa la normalità delle piccole cose che può essere una colazione consumata a casa e non al bar, senza l'assillo dell'orologio che scorre; ritrovare foto, appunti oppure oggetti lasciati, chissà quando, da qualche parte col classico pensiero: poi li sistemo; ritrovarsi tra le mani quel libro mai finito di leggere perché destinato nelle nostre mani alla fine di giornate stremanti.

Dinanzi a ciò ho pensato a come vengono distorte alcune realtà, anche di carattere filosofico.
Una di queste è la celebre locuzione di Orazio "Carpe diem". Non solo viene tradotta maldestramente con "cogli l'attimo" anziché "cogli il giorno"; ancor di più ne viene stravolto il significato, in molti casi anche nelle giovani generazioni, che la traducono in un generico invito a godersi la vita perchè questa ti può sfuggire o, peggio, può finire da un momento all'altro. Carpe diem viene addirittura usato a sproposito per giustificare qualsiasi tipo di azione, soprattutto se “alla leggera” oppure quale consiglio a fare ciò che si vuole in un malinteso significato di libertà. Insomma, una sorta di vivere "mordi e fuggi".
Gli effetti di questa interpretazione credo siano sotto gli occhi di tutti.

Come sappiamo il senso vero del Carpe diem di Orazio è ben altro. Egli parte dall'assunto che rapiti dagli impegni del vivere quotidiano si concretizza il rischio di perdere il contatto con il presente per guardare solo al futuro. A ciò si aggiunge la constatazione della caducità dell'essere umano che, non importa se ricco o povero, umile o potente è destinato all'esito finale che, come scriveva Totò nella celebre "A livella", rende tutti uguali.
    Queste riflessioni conducono il poeta a considerare che quello che davvero importa è la semplicità delle realtà autentiche. Proprio perché destinati alla morte, il vero senso della vita sta nel dare un significato ed uno spessore ad ogni istante, ogni giorno, senza attendere il domani. 
    L'eredità che lasciamo dopo di noi è l'oggi realizzato, non l'incertezza del domani; di più, io sono convinto che quando si pensa ad un progetto di vita da realizzare, piuttosto che penna e pennarello è preferibile utilizzare la matita e tenere a portata di mano una gomma.

    Ma per me che ho incontrato Cristo e che ho intrapreso l'impegnativo cammino alla sua sequela, che significato ha il "Carpe diem"? 
    Dal mio punto di vista non si allontana molto dal pensiero di Orazio se non nel contenuto ovvero l'oggi è la perenne occasione di incontrare Cristo, l'oggi è sempre tempo di Grazia, l'oggi è la perpetua occasione di di emulare gli apostoli nel:
".e subito lasciate le reti lo seguirono"(Mc 1,18).
    E' nell'oggi che che si può realizzare l'incontro con il Risorto e proprio attraverso quell'incontro dare senso alla quotidianità intessendo e realizzando relazioni piene di vita e basate sull'amore.

    Questa impostazione sconvolge il ragionamento che conduce allo sfruttamento delle opportunità e degli incontri che la vita ci offre, alla disperata e vana ricerca di una felicità che viene fraintesa con il possesso delle cose o, peggio, delle persone, e nella consumazione delle occasioni.
    A chi lo ha incontrato Gesù offre una prospettiva: «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33)

    Oggi io, parafrasando un importante libro di Carlo Carretto, mi sento di poter affermare:
"Ho cercato e ho trovato".




TUTTO SUA MADRE (J AX)

Caro don Bruno. Mi è capitato di scoprire questa canzone in una serata televisiva. Il cantante non è (era) tra quelli che mi appassionano e ...