domenica 12 luglio 2020

PAPA' E IO

    Sono diventato genitore il 24 maggio 1994. Non ricordo invece con precisione quando ho iniziato ad essere padre. Diciamola tutta: per la mamma è più semplice poiché con i figli ha un rapporto carnale che ne facilita la presa di coscienza, almeno per il fatto che li custodiscono nel grembo per nove mesi.

    Giusto per evitare equivoci non mi pare superfluo mettere in evidenza che, pur in presenza di ruoli differenti,  madre e padre hanno pari dignità genitoriale e uguale peso specifico nella educazione dei figli dove, per educare, si intende il curare e far emergere il meglio dei propri figli ed insegnargli a lavorare su se stessi per attenuare e tenere sotto controllo i difetti.
Naturalmente, anche in questo caso, non esistono regole valide per tutti e forse mai come nella nostra epoca, si procede a vista.

    Non dico che sia una regola universale ma non ho avuto subito la percezione di essere padre. La consapevolezza è arrivata dopo mesi e cioè man mano che la presenza della mia primogenita iniziava a dettare i tempi della mia giornata (e delle nottate) e le scelte della mia vita, in tutte le dimensioni. 

    Ricordo i primi tempi in cui più di una volta mi accostavo a mia figlia dormiente per accertarmi che respirasse. Sì, alla gioia ed all'euforia per la nuova vita, spesso faceva da contrappeso l'angoscia per l'impotenza rispetto a qualcosa che potesse accaderle. 
   In quei momenti cominciai a rendermi concretamente conto dell'afflizione e della pena di mia madre e mio padre di fronte alla malattia dei loro figli. 

Man mano che Mariagrazia cresceva e, ancor di più dopo la nascita di Domenico, nostro secondogenito, acquisii definitivamente la contezza che la mia vita non era più mia e di mia moglie ma sarei esistito per sempre per i nostri figlioli. 
    Parliamoci chiaro, anche dinanzi ad un simile cambiamento ero perfettamente conscio del fatto che, comunque, non si smette di essere marito e figlio. Bisogna piuttosto imparare a gestire le varie dimensioni relazionali e scegliere di volta in volta le priorità. Non è una questione di suddividere sentimenti e affetto: l'amore è quella realtà che pur donandola, si moltiplica; quindi il problema non si pone neppure.

Mi sono spesso interrogato su come avrei dovuto comportarmi, cosa avrei dovuto fare per svolgere al meglio il mio compito di padre. E' evidente che il confronto ed il riferimento era papà. Fino alla nascita dei nipoti tra noi non c'era stato un grande rapporto anzi. Spesso avevamo avuto contrapposizioni forti e punti di vista diametralmente opposti. Nonostante ciò e nonostante non sempre egli ci sia stato nella mia vita - almeno fino ad allora - avevo sempre percepito la sua presenza, discreta e costante, nella mia persona, .

Così pian piano ho cominciato a capire. Di fronte alle difficoltà ed ai problemi - grossi - che ho dovuto affrontare, mi sono reso conto di come papà sia stato per prima cosa un uomo di grande spessore e di quanto, concretamente, insieme a mamma, abbiano fatto per me. 
Ho preso coscienza che le assenze ed i silenzi non erano tali, dovevano solo essere osservati con occhi e cuore differenti, occhi e cuore che solo un padre può avere e che rendono quelle realtà, apparentemente aride, come i prati che custodiscono i germogli in attesa della primavera.
Ho capito e sperimentato la solitudine del papà, quella che ti costringe al sorriso quando vorresti piangere, a mostrarti sicuro quando sei incerto, felice quando la tristezza avvolge il cuore.

    Eppure, essere padre è affascinante e ne ho avuto prova definitiva nei sei lunghi anni della malattia di papà.  La durezza di questo tempo è pari solo alla sua fecondità. Abbiamo perfezionato il nostro rapporto, ci siamo dette tante cose come mai prima, abbiamo riso insieme di tante vicende e abbiamo ripercorso ricordi tristi. In uno degli ultimi periodi in cui era ancora sufficientemente lucido si lasciò andare raccontandomi di essere molto fiero di me: "ora te lo posso dire", mi confidò. 

    E adesso che fisicamente non è più con me, sperimento il paradosso di avvertire la sua mancanza e, allo stesso tempo, sempre più la sua vicinanza e la sua capacità di infondermi sicurezza e fiducia. Non è forse questo ciò che vorremmo tutti, essere presenti anche quando non ci saremo più?
Ed è l'ennesima lezione di papà
    Per quanto mi riguarda avrei voluto avere l'opportunità di stare insieme quando ancora era in salute; avrei voluto avere il coraggio e l'umiltà di dirglieli prima tutti i "ti voglio bene" che gli ho detto negli ultimi anni. Mi rendo conto però che non ha poi molto senso rammaricarsi di ciò che poteva essere e non è stato. Noi siamo ciò che siamo in virtù delle nostre vicissitudini e ripensando a quanto accaduto, drammatico ed allo stesso tempo esaltante, raccolgo tutto il bello di questi anni: l'intensità del rapporto con papà; la consapevolezza di aver costruito, con mia moglie, una famiglia solida; l'importanza delle proprie origini, le splendide relazioni con tante persone che ci sono state accanto.
In fondo è la sintesi della vita di papà.




    

 

    

Nessun commento:

Posta un commento

TUTTO SUA MADRE (J AX)

Caro don Bruno. Mi è capitato di scoprire questa canzone in una serata televisiva. Il cantante non è (era) tra quelli che mi appassionano e ...