mercoledì 8 luglio 2020

MORRICONE E PAPA'

Ho avuto il privilegio di assistere a due concerti dal vivo diretti da Ennio Morricone.
 
La prima volta a Pescara. La location non era delle migliori e tuttavia già dalle prime note delle musiche del maestro, capii subito che il luogo era necessario solo dal punto di vista della logistica perché la narrativa delle melodie era già di suo un luogo.

La seconda volta l'ho vissuta nella cornice dell'Arena di Verona.
In questo caso non è superfluo rilevare che nel monumento della città scaligera si realizzava una sintesi perfetta tra spazio, tempo, persone ed emozioni: avevo la sensazione netta di non essere uno spettatore ma di far far parte di una storia, seppur di poche ore.

Ero, con la mia famiglia, nella fila centrale, neppure distante dal palco. Il dispiegamento delle due orchestre che accompagnavano il maestro e dei circa 100 elementi che formavano il coro, fu uno spettacolo in attesa dello spettacolo: movimenti precisi e leggeri dai quali traspariva una sensazione di armonia. L'impatto visivo era impressionante, quasi ad avvertire le migliaia di persone presenti che eravamo in procinto di partecipare ad un avvenimento unico che ci avrebbe segnato per tutta la vita.
I musicisti cominciarono ad accordarsi fin quando il primo violino diede la nota iniziale.

Ed ecco che con passo svelto e deciso il maestro apparve sulla scena, salutò il pubblico e gli artisti e iniziò subito sollevando la bacchetta e dando vita ad uno spettacolo meraviglioso fatto di note e melodie che in ognuno dei presenti evocavano ricordi, emozioni, aspirazioni.

Ci ho ripensato in questi giorni. 
Papà era appassionato di film western e quando, fino a qualche anno fa, era ancora sufficientemente lucido, li cercavo su tutti i canali disponibili perché per lui era come se tornasse ragazzo.
Partecipava alla trama immedesimandosi nel protagonista ed inveendo contro i "cattivi". Quando poi la scena era presa dalla colonna sonora lui l'accompagnava quando con il borbottìo delle guance gonfie, quando fischiettando. E mi viene un nodo alla gola quando ricordo le sue lacrime alle note che accompagnavano la scena dell'eccidio della famiglia di Juan Miranda (Rod Steiger) in "Giù la testa"; oppure nel crescendo musicale della scena finale di "C'era una volta il west" quando Jill McBain
 (Claudia Cardinale) riesce a completare l'opera del marito mai conosciuto.

Queste due scene erano quasi la sintesi della vita di papà; una vita dedicata alla famiglia ed al lavoro; una vita mai tenera con lui (e con mamma) e che gli aveva preso ciò che di più caro esiste per un genitore e che non gli ha consentito di vedere compiuta l'opera da lui iniziata.

Morricone e papà, così diversi e così simili. 
Due persone temprate dalle esperienze della vita e che comunque non avevano mai dimenticato di emozionare e disdegnato di emozionarsi; due che hanno messo passione in ogni cosa che hanno fatto; che hanno avuto un profondo rispetto per coloro che incontravano sulla propria strada; che hanno amato oltremodo la propria famiglia.

Ecco, io sono qui a considerare quale sia lo spessore che assume l'arte nell'esistenza delle persone. 
Cosa potremmo rendere ad un artista come Ennio Morricone che ha saputo cogliere la profondità dell'animo umano e farne scaturire capolavori musicali capaci di evocare ricordi e sensazioni, di suscitare emozioni, di far emergere il bello in ognuno di coloro che l'hanno ascoltato?

E non ho vergogna ad affermare il fatto che, oltre la preghiera, uno dei metodi per stare un pò insieme a papà per vivere quel tempo che non abbiamo mai avuto modo di condividere, è quello di appartarmi in solitudine e far partire le melodie di Ennio Morricone. E con gli occhi pieni di lacrime lo rivedo che, semplice e felice come un bambino, gonfia le guance e fischietta quei motivi.

Grazie maestro.









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