Caro
don Bruno. Mi è capitato di scoprire questa canzone in una serata
televisiva. Il cantante non è (era) tra quelli che mi appassionano e
tuttavia l'introduzione col pianoforte catturò la mia attenzione,
forse per il ricordo del mio saggio di musica a 4 mani, all'età di 3
anni, con il compianto maestro Visco; conservo ancora un ormai
sbiadito articolo di giornale.
Ma è il testo che mi ha stupito
per la dolcezza e la sensibilità di trattare un tema spesso
complicato da affrontare anche per noi cristiani. E ho ricevuto
l'ennesima lezione che ha confermato la mia profonda evoluzione
interiore. Ormai da tempo osservo con interesse e senza pregiudizi
tutto ciò che avviene intorno a me anche perché chi sceglie la
sequela di Cristo non può limitarsi ad una sola dimensione della
propria persona, quasi fosse possibile scindere e gestire a
compartimenti stagni corpo, mente (intesa come razionalità),
spirito, morale, psiche etc.
Saldi nella nostra identità
fondata sulla Verità e sull'esperienza dell'incontro con Gesù, non
possiamo fare a meno di aprirci con rispetto ed accoglienza
all'altro, soprattutto verso coloro che, apparentemente, possono
sembrare molto distanti da noi.
Mi è sempre più evidente che
ogni persona non è altro che alla ricerca di bisogni ancestrali che
si possono riassumere in un concetto, una esperienza, una parola:
AMORE da dare e ricevere.
Quello che mi ha colpito nel testo di
J AX è stata la narrazione dell'evoluzione della persona nel corso
del tempo avendo la capacità di rinunciare ai propri convincimenti e
di aprirsi anche alla novità della Fede; perché ho avuto
l'impressione che questo testo ne sia intriso, magari in una forma
molto personale ed in divenire. Di certo l'autore non si oppone alla
sua realizzazione.
Un altro aspetto della mia riflessione
riguarda una delle realtà più importanti e meno riconosciute del
nostro essere concretamente cristiani: l'attesa. Pensandoci bene è
proprio il tempo impiegato alla preparazione di un qualsiasi evento
che rende senso e spessore all'evento stesso e se ci soffermassimo ad
osservare il creato ci renderemmo conto che ogni accadimento, da una
gravidanza, all'alternanza delle stagioni, acquistano spessore e
senso proprio per come ci si prepara. Ed in questo senso è una
immensa responsabilità per il cristiano esercitare la pazienza,
attendere e rispettare i tempi di ogni persona restando presenti con
discrezione con una testimonianza verace nella quotidianità e nella
ferialità delle relazioni.
Dunque non possiamo vivere con
disattenzione o superficialità la nostra Fede perché ognuno di noi
potrebbe trovarsi al crocevia della vita di ogni persona che
incontriamo e quindi dobbiamo sempre essere pronti a rendere ragione
della Speranza che ci guida.
Tutto posso in Colui che mi dà forza!
domenica 17 gennaio 2021
TUTTO SUA MADRE (J AX)
domenica 4 ottobre 2020
L'ANIMA DELLE COSE
domenica 20 settembre 2020
. .. LA VITA E' UN DONO!
E' delle ultime settimane un aggiornamento delle linee guida riguardo l'utilizzo della pillola abortiva RU486. Si potrà richiederne la somministrazione fino alla nona settimana di gestazione e basterà un giorno in day hospital.
Il tema aborto è uno di quelli che ha lacerato profondamente la società italiana e per il quale ancora oggi il confronto è molto duro.
E' altresì complicato da affrontare poiché gli aspetti da valutare sono molteplici. Io non ho le competenze per essere esaustivo e non è mia intenzione esprimere giudizi sulle persone (ci mancherebbe altro) piuttosto tentare, con tutti i miei limiti, una visione quanto più distaccata possibile.
Parto da una considerazione riguardo la comunicazione. Quando ci si cimenta con l'argomento, solitamente si parla di legge sull'aborto oppure se ne cita il numero, ovvero la 194. In realtà la legge ha un altro nome, volutamente articolato affinché se ne possa percepire l'essenza: Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza.
Di fatto si omette la prima parte del titolo proponendo una interpretazione parziale e, comunque, diversa da senso che gli estensori gli diedero e cioè che interrompere la gravidanza non è un diritto della persona, non è una sua libertà. Abortire è una scelta drammatica ed estrema, che la legge consente nella misura in cui un bene giuridico sancito nella Costituzione si pone in insanabile contrasto con un altro di pari valore: il diritto alla vita del concepito e quello alla salute fisica e psichica della gestante.
È questo il vero spirito della legge che al suo articolo 1 recita: Lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio».
Nell'àmbito della comunicazione siamo quindi di fronte ad un approccio culturale che è prerogativa di alcune ideologie politiche cioè, quello della spersonalizzazione di realtà che invece incidono profondamente nella vita delle persone. D'altra parte, la medesima dinamica accadde con la Legge Biagi che veniva citata come Legge 30.
La seconda osservazione riguarda la mancata applicazione dell'intero impianto della legge e, nello specifico, la parte che riguarda l'informazione alle donne, la prevenzione, e il lavoro di accompagnamento che dovrebbero svolgere i consultori famigliari.
L'attività dei consultori è chiara nell'articolo 5 dove ne viene indicata la finalità: la struttura socio-assistenziale è preposta alla rimozione delle eventuali cause che spingono la donna a chiedere l'interruzione della gravidanza. Capita invece che i consultori possano diventare una sorta di centro di informazione burocratico e di smistamento. Raramente vengono proposte alternative percorribili ed ancor più è raro trovare una corretta informazione a 360°. Un esempio è la mancata proposta di parto anonimo con il non riconoscimento del bambino il quale viene inserito in un particolare percorso per agevolarne l'adozione.
Chi ha avuto l'occasione di accompagnare una donna, talvolta una famiglia, nel percorso decisionale riguardo l'interruzione volontaria della gravidanza, si è trovato di fronte a persone che, nel 90% dei casi, vive tale realtà come un dramma. Soprattutto le donne avvertono il peso della decisione e raramente, anche se negli ultimi anni i casi sono aumentati, l'aborto è utilizzato alla stregua di metodo contraccettivo di ultima istanza.
Ciò che si percepisce è l'estrema solitudine della donna, solitudine morale, solitudine psicologica, spesso isolamento sociale anche all'interno del nucleo famigliare.
Questo è il motivo fondamentale con non mi convince nell'emanazione delle nuove linee guida ovvero si interrompe la gravidanza e si dimette la paziente quasi che la persona si fosse sottoposta ad una estrazione dentale.
La solitudine morale e psicologica è, nel medio e lungo termine, devastante per il benessere della donna, soprattutto quando non è inserita in un solido contesto famigliare o di coppia.
E' evidente la difficoltà di trovare un punto di equilibrio tra le varie dimensioni, tuttavia l'applicazione totale dell'impianto legislativo sarebbe un notevole passo avanti.
Da persona credente, impegnato nella pastorale famigliare della mia comunità, penso che anche noi cattolici dobbiamo riflettere e farci delle domande.
Il punto di partenza non può che essere il ribadire l'intangibilità della vita da parte di chicchessia e la sua sacralità intesa come concetto laico, ovvero: «vuol dire riconoscere il valore sacro della vita umana, come bene indisponibile, e il fatto che la sua tutela deve iniziare dal momento del concepimento alla sua fine naturale, anche con la malattia. La vita è un dono e questo è un principio universale, non ideologico ma laico» (prof. Mario Melazzini, presidente Fondazione Italiana Ricerca SLA).
Come cristiano non mi appassiona la messa all'indice di chi è già duramente provato da tali vicende. Non si tratta di giustificare e tanto meno di far finta di nulla quanto di lasciare sempre uno spazio affinché le persone non si sentano abbandonate.
Un'interpretazione maldestra dell' Humanae Vitae pareva mettere dei limiti invalicabili all'esercizio della sessualità anche in ambito coniugale. In realtà il pensiero di Paolo VI non era quello di ingessare definitivamente l'evoluzione della morale sessuale della Chiesa, quanto proporre un orientamento per il suo sviluppo nei decenni a seguire. Seppur timidamente (i tempi della Chiesa non sono molto veloci) si metteva in risalto la finalità unitiva del matrimonio e, se da un lato si ribadiva la contrarietà alla contraccezione, dall'altro veniva sottolineato come disordine anche l'omissione dell'atto coniugale.
Alla fine degli anni novanta, Pietro Prini, nel suo Lo scisma sommerso teorizzava come la rigidità delle norme dottrinali in materia di morale sessuale e bioetica, avessero spinto molti cristiani a sentirsi fuori dalla Chiesa in quanto non perfettamente in linea con quelle norme.
Il mio punto di vista è che, fermo restando le verità della dottrina, non possiamo dimenticare che la Fede non è un obbligo ma una proposta. Si tratta di restare accanto alle persone e fargli sperimentare che il Signore resta sempre accanto. Non è una novità di Giovanni XXIII ma la prassi di Gesù quella di condannare l'errore e non l'errante.
Ora, quale atteggiamento dovremmo avere nei confronti di una persona già duramente provata da un'interruzione volontaria di gravidanza? Non certo quella di abbandonarla a se stessa ma di trovare un luogo, fisico e metaforico, in cui si possa sperimentare l'accoglienza, il perdono ed una proposta di conversione, non solo nella sua accezione religiosa.
mercoledì 9 settembre 2020
QUESTIONE DI VITA
La morte non è una realtà razionale ed umanamente accettabile, ancor di più quando colpisce un giovane.
Quando questa sopraggiunge con le modalità di cui è stato vittima Willy, all'incredulità si aggiunge la rabbia e lo sgomento per la violenza gratuita della quale è stato fatto oggetto, assassinandolo.
Sono rimasto spesso stupito ogni qualvolta abbia letto reazioni e commenti a questo tipo di eventi che, ahi noi, si susseguono sempre più di frequente. La macchina mediatica della strumentalizzazione politica ed il tam tam sui social network, assumono immediatamente, da una parte, la forma della contrapposizione ideologica; dall'altra l'utilizzo della retorica dello Stato che non funziona, delle mele marce, del "diverso" che è brutto e cattivo etc.
Non di rado mi capita di dissociarmi dal "pensiero unico", molto di più in queste occasioni. Dal mio punto di vista sono risposte parziali ed inadeguate frutto dell'emotività e che valutano le questioni nella loro parte finale; è come se un medico tentasse un approccio terapeutico ad una malattia curandone i sintomi e non le cause.
In primo luogo ci si dimentica che vittime e carnefici sono persone. Lo sforzo di rinchiuderli in categorie (immigrato integrato, ragazzo modello, esempio di onestà, etc da una parte; extracomunitari, clandestini, tossici, balordi, teppisti etc dall'altra) serve a coloro che ne parlano per schierarsi pro oppure contro in relazione alle proprie convinzioni e sentimenti.
Il punto fondamentale però, dal mio punto di vista, è quello che viviamo oggigiorno non è altro che il frutto della banalizzazione, relativizzazione, mancanza di rispetto verso la vita.
La vita ha una sua dignità intrinseca, una sorta di laica sacralità che nel corso degli anni sono state via via svilite e svuotate.
Questa dinamica che va dal definire un diritto la soppressione della vita nascente, così come l'eliminazione di quella sofferente, arrivando al commercio di organi,e passando attraverso la nuova tratta di esseri umani, ha contribuito al clima di sopraffazione ed alla affermazione della "legge del più forte": le persone, quelle più deboli ed indifesi naturalmente, trattate alla stregua di qualsiasi merce. Pare che le "violenze" siano state sdoganate e sempre più frequentemente vengano utilizzate quale strumento di confronto, contrapposizione, o per acquisire una falsa emancipazione che avviene, paradossalmente, omologandosi a determinati modelli.
Attenzione, non si tratta di giudicare o condannare la persona in quanto tale, me ne guardo bene. Il punto sta nel fatto che l'Uomo a smesso di esercitare la critica ed il discernimento. Si accontenta di pseudo verità e falsi miti quali quello del successo a tutti i costi, del fine che giustifica i mezzi, e che in una ipotetica competizione, l'altro non è un avversario da battere ma un nemico da abbattere.
Sono stati accantonati i cosiddetti valori e princìpi tradizionali" sostituendoli con il nulla; è stato definito vecchio ciò che invece è antico, antiquato ciò che invece ha una Storia.
Ma ogni giorno quanti Willy, Pamela, Sacko, Adnan etc, sono pestati a morte con l'indifferenza, l'emarginazione, l'abbandono, lo sfruttamento(etc). Sono essi gli anziani, le donne, i disabili, i clandestini, i disoccupati, sono tutti coloro a cui vengono negati diritti ed opportunità, e così via. Tutto ciò è negazione e mancanza di rispetto per la vita, ancor prima che essere un comportamento immorale o una condotta delinquenziale.
La strada per rendere onore a tutte le vittime e per fare in modo che la loro morte abbia un valore ed un significato, non è altro che quella di rimettere al centro dell'attenzione la vita, la persona. Se così non sarà dovremo prepararci a pensare a nuove "categorie" che prima o poi serviranno per descrivere nuove vittime e nuovi carnefici.
mercoledì 2 settembre 2020
"COME IO VI HO AMATO"
Qualche tempo fa mi sono nuovamente imbattuto in un video che documentava l'eterno dibattito sul rapporto tra scienza e Fede. I protagonisti erano Giuseppe Zenti, vescovo di Verona, e Margherita Hack, astrofisica di caratura mondiale.
Ad un certo punto la scienziata pronunciò una delle sue celebri frasi: "Non ho bisogno di Dio per comportarmi onestamente con gli altri".
Mi sono soffermato spesso a riflettere su questa affermazione e sulla conseguente domanda ovvero cosa distingue il "comportarsi bene" dei non credenti rispetto al "comportarsi bene" di coloro che professano una Fede, nello specifico dei cristiani.
Molto dipende dal punto di osservazione della questione. Solitamente si ragione dei termini degli effetti, vale a dire che in entrambi i casi il risultato è quello di essere persone per bene.
Altro significato se il presupposto preso in considerazione è la causa di quell'atteggiamento.
Il non credente ha come termine di riferimento al proprio essere una brava persona, una morale la cui formazione si basa su differenti realtà quali il contesto sociale, famigliare, culturale, perfino geografico in base al luogo di nascita o di residenza. Credo di poter affermare che siano fattori che possono avere notevoli variazioni in base ad innumerevoli varianti. La degenerazione o l'abuso di questi punti riferimento porta al relativismo etico che non ammette valori stabili e oggettivi in sede morale.
Per il cristiano, ancor di più per il cattolico, esiste un termine di riferimento immutabile che non è una idea, una filosofia o altro: la fonte di ispirazione è una persona, Gesù Cristo. Egli indica con la sua vita, concretamente, chiaramente ed inequivocabilmente le coordinate universali entro le quali ogni persona dovrebbe vivere: "Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri come Io vi ho amato" (Gv 13,34).
Per i giudei i comandamenti più importanti erano due: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze." (Dt 6,4-5) e "amerai il prossimo tuo come te stesso" (Lv 19,18).
Ad una lettura frettolosa sfugge l'essenza del "comandamento nuovo". La novità è invece evidente e chiara e sta proprio nella persona di Gesù Cristo che indica se stesso come termine di paragone per il "come" bisogna amare, ovvero arrivare anche al sacrificio della propria vita per gli altri, addirittura per i propri nemici.
Quel "come io vi ho amato" cambia la prospettiva dell'esistenza di chi decide di cimentarsi nel cammino del cristianesimo, porta a svuotare sé stessi per fare spazio al Signore, come ben illustra San Paolo: "e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano." (Gal 2,20-21).
Quando dunque ci imbattiamo in una brava persona che dice di essere cristiano, siamo dinanzi a qualcuno il cui merito, se proprio vogliamo riconoscergliene uno, non sta nell'essere persona per bene quanto nell'aver incontrato Gesù Cristo, nell'averlo riconosciuto e nell'aver deciso di seguirlo.
Riguardo a me posso dire posso dire che lo sforzo di essere una brava persona è stata una costante fin da ragazzo. Non sempre ci sono riuscito, almeno fino a quando Cristo non si è posto di traverso sulla mia strada spingendomi a scegliere come proseguire, con Lui o senza (non contro) di Lui.
Scelsi a cuor leggero la sua sequela. Pieno di me stesso e presuntuoso, mi sentivo forte ed all'altezza per poter controllare la situazione e pensavo che la Fede fosse quel particolare che va a completare una qualsiasi opera.
Come mi sbagliavo!
Ed ora, dopo 35 anni da quella scelta e dopo aver fatto a sportellate con la vita e qualche volta a pugni pure con Dio che, nel corso del tempo, mi ha sbattuto in faccia tutte le mie umane miserie, in prossimità della fine del tunnel dell' esperienza degli ultimi mesi, posso affermare di essermi definitivamente avviato in un cammino di Fede convinto e consapevole. E' il secondo passo di un cammino del cui traguardo ho letto, sentito parlare e constatato in Gesù Cristo.
L'affascinante incognita è cosa troverò sulla mia strada prima di giungervi.
martedì 25 agosto 2020
IL MIO AMICO
Ci sono delle amicizie che vengono decise in Cielo e si compiono sulla Terra.
(Matthias Claudius)
Questa la dedica che il mio amico mi ha scritto donandomi l'opera ciclopica da lui realizzata.
Quando conobbi il mio amico percepii immediatamente che non era una persona tra le tante, almeno per il modo di porsi dinanzi ad un emerito sconosciuto per lui quale ero io.
Avevo un incarico di responsabilità in una associazione ecclesiale e poiché si era insediato un nuovo parroco gli chiesi un appuntamento. Ci incontrammo nel suo ufficio mi presentai e posi nelle sue mani le mie dimissioni dall'incarico affinché lui potesse essere scegliere persone di sua fiducia. Guardandomi dal basso in alto (lui era seduto, io in piedi), mi rispose:"il cristiano è l'uomo della missione, non delle dimissioni".
Ho ancora i brividi quando ripenso a quell'incontro, non solo per quello che mi disse ma anche per il tono suadente, rassicurante e, soprattutto, accogliente della sua voce.
Ne sono passati di anni e il mio amico è stato l'artefice di un cambiamento della mia persona che mai avrei creduto di poter realizzare. Una delle osservazioni che di più ha contribuito a lasciare quelle che ritenevo delle certezze per addentrarmi nei meandri inesplorati della Fede, della conoscenza di me stesso e di conseguenza delle persone che ho incontrato sulla mia strada, è di una semplicità disarmante:"dal bianco al nero esistono milioni di sfumature".
E' questo uno dei pregi del mio amico, quello di saper cogliere le sfumature di ogni persona, di capire ed immedesimarsi nell'altro talvolta fino al punto di anticiparne azioni e pensieri.
Il mio amico è una persona vera e da vero amico non fa sconti. Ha la straordinaria sensibilità di saper attendere ma, al momento opportuno, ti prende per mano e ti accompagna dentro di te a scavare, scrostare, rimuovere le impurità e far emergere il meglio di te. Il mio amico ti parla anche quando non parla.
Il mio amico mi ha insegnato, testimoniandolo concretamente, "che non siamo noi ad essere al servizio del tempo ma è il tempo ad essere al nostro servizio". E nonostante in un giorno ci siano 24 ore e le persone che bussano alla porta della sacrestia ma, ancor più alla porta del suo cuore sono sempre tantissime, il mio amico riesce a fare in modo che quelle 24 ore talvolta diventino 36 e, quando necessario anche 48.
Il mio amico è innamorato di Dio perché è innamorato delle persone. Ma sono i bambini a farlo impazzire di gioia e quando sta in mezzo a loro il suo cuore tracima di passione per il Signore e riesce a far capire l'essenza del rapporto tra il Creatore e la creatura. E i bambini, i quali hanno il dono di percepire la bontà e la veracità degli adulti, sono follemente attratti dalla sua persona, e quando insieme celebrano la S. Messa, ti rendi conto, quasi con una punta di sana gelosia, del rapporto privilegiato che c'è fra di loro.
Il mio amico ti spinge sempre a dare il meglio di te, ti sta accanto nella tribolazione, condivide i tuoi momenti felici, è sempre pronto ad una pacca sulla spalla, ad un abbraccio, ad un "come stai". Il mio amico c'è sempre stato, anche quando non c'era, è stato presente con i miei figli, ha teso la mano a mia moglie, ha valorizzato mia madre, ha accompagnato papà sul rettilineo finale del suo cammino terreno.
Il mio amico mi ha dato la sua fiducia, il mio amico non si è fatto scorgere mentre piangeva per le brutte vicende che mi hanno travolto, il mio amico mi ha affidato tutto ciò di lui che io fossi in grado di custodire. Egli è causa della mia serenità e della mia fedeltà all'impegno di conversione preso con me stesso.
E il mio cuore è gonfio di felicità quando dalla Messa in Coena Domini fino alla Santa Veglia Pasquale, con gli occhi che gli brillano e la voce commossa, ma vibrante e sicura, egli si immerge nel mistero della Passione Morte e Risurrezione di Gesù Cristo e ci guida a scoprire Dio scoprendo noi stessi.
Il mio amico è una persona libera perché ama per davvero e l'amore, libera.
Il mio amico è un dono di Dio, è un desiderio realizzato ed ogni giorno ringrazio il buon Dio di averlo posto sul mio cammino.
il mio amico è il mio amico!
domenica 16 agosto 2020
INIZIARE DA SE' STESSI
Indipendentemente dalla Fede, la Sacra Bibbia è maestra di vita per tutti, credenti, agnostici e non credenti, per il semplice fatto che prende in considerazione la quotidianità e la realtà delle persone
La difficoltà nel mettere a frutto i suoi insegnamenti sta nel fatto che, anche per i cristiani, il Testo Sacro è pressoché sconosciuto e la "spiegazione" (esegesi) dei testi è sovente legata a maldestre interpretazioni popolari che in alcuni casi sono diventati modi di dire che poco hanno a che fare con l'essenza reale di quegli scritti.
Uno dei passi più noti e controversi si trova in due Vangeli:
Lc 6,29a: A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l'altra.
Mt 5,39b: se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra.
Questo versetto, nel corso dei secoli e tuttora ai nostri giorni, è diventato una sorta di giustificazione all'arrendevolezza, quasi all'ignavia e fondamento di quell'atteggiamento che ha preso il nome di buonismo.
In realtà il significato è l'esatto opposto. Ai tempi di Gesù gli schiavi venivano percossi con il dorso della mano affinché il padrone, di solito un ebreo benestante ed osservante, non avesse a contaminarsi con lo schiavo stesso. A meno che il padrone non fosse stato mancino, la guancia colpita era la destra cosicché, l'invito di Gesù a porgere la guancia sinistra, non significava accettare la violenza e la sottomissione quanto farsi carico di spezzare un circolo vizioso anche di violenza, realizzare condizioni tali da indurre un cambio di atteggiamento o, almeno, portare chi percuote a prendere coscienza di quanto fa attraverso lo "sporcarsi le mani".
Allo stesso modo è male interpretato Mt 7,1: non giudicate per non essere giudicati. Questo versetto è vissuto come una sorta di liberatoria verso il relativismo morale, quasi un via libera a farsi i propri affari.
Gesù, in quanto Figlio di Dio, conosce benissimo l'animo umano e sa che il giudizio verso gli altri prende spunto dalla mancata elaborazione delle stesse cose da parte di sé stessi. Gli altri sono il nostro specchio quindi l'invito è prima di tutto a far chiarezza con la propria persona e nel momento in cui ci siamo giudicati, e possibilmente avviati in un percorso di conversione, avremo la possibilità di accompagnare anche gli altri a migliorarsi nello spirito della correzione fraterna. Potremmo chiamarla empatia e richiama una delle linee guida del cristianesimo ovvero la reciproca responsabilità espressa in Gn 4,9 «Dov'è Abele, tuo fratello?»
L'elaborazione delle vicende degli ultimi mesi è ancora in corso. Moltissime le manifestazioni di solidarietà ricevute che hanno lenito il mio l'animo lacerato e che sono state rifugio sicuro nella notte gelida e buia dei sospetti e delle accuse. Tuttavia le mie riflessioni vertono proprio sull'atteggiamento di non poche persone che si sono avventurate in giudizi sommari sui miei comportamenti e sulla mia persona. Ho avuto modo di parlare con alcuni di essi e lo sconcerto è aumentato a causa delle giustificazioni spesso disarmanti. La tesi comune di costoro è che non hanno fatto altro che accodarsi a quanto "si diceva".
Nessuno si è preoccupato di verificare ed accertarsi della veridicità delle ricostruzioni. Peggio ancora l'espressione di giudizi, ovvero di condanna, verso la mia persona in alcuni casi senza neppure la conoscenza personale.
Un'altra realtà emersa da questi confronti è quella che la tendenza ad esprimere valutazioni e giudizi attraverso i social media, spesso ignorando i fatti fino ad arrivare alla diffamazione, è ritenuta un fatto normale, quasi una inevitabile esigenza "per esserci" alla quale non ci si può sottrarre.
In un altro caso, colui al quale ho chiesto conto delle sue azioni, mi ha risposto che non era a conoscenza del fatto che la persona coinvolta fossi io. Anche in tale occasione resto perplesso perché, indipendentemente dal "chi", la sostanza è che dietro ogni vicenda ci sono delle persone reali e vengono coinvolti e travolti i loro affetti più cari.
Ultimo episodio in ordine di tempo, una persona che mi ha fermato per salutarmi pensando che io non fossi a conoscenza di quanto lui scritto, invocando per me anche punizioni esemplari tali da essere di monito a tutti. La mia reazione è stata una domanda ovvero come mai avesse scritto certe cose non sapendo come fossero andati i fatti. Da parte sua la stessa dinamica sopra descritta e l'accusa a me di essere rimasto contagiato, quasi me la fossi cercata.
Ora, cosa c'entra quanto espresso all'inizio del post con le mie vicende personali?
L'esperienza da me vissuta potrebbe essere simile a molte in altri àmbiti e tuttavia dimostra come siamo distanti dal saper fare chiarezza con noi stessi prima di andare incontro agli altri. Il giudizio (e la condanna) dei comportamenti altrui, non è vissuto come occasione di discernimento personale ma quasi il tentativo di voler esorcizzare eventi negativi e persuadersi nella effimera convinzione del "a me non può capitare", "io non sono come gli altri".
Per contro, all'epoca dei fatti, mi parve naturale porre dei gesti di accoglienza e comprensione, io nei confronti degli altri, poiché mi rendevo conto del timore e delle paure dinanzi a qualcosa di sconosciuto. Il comunicato che feci, mettendo a disposizione di tutti i fatti della mia vita privata di quelle settimane, aveva, tra le righe, anche l'intento di indurre alla riflessione coloro che mi leggevano. In realtà molti furono coloro che con telefonate e messaggi, si sono scusarono di quanto avevano scritto e detto.
La conclusione è che, anche quando siamo vittime di ingiusti giudizi sommari, per favorire il cambiamento in meglio delle persone e, volendo allargare l'orizzonte, della società, non possiamo che partire dal lavoro da realizzare su noi stessi. La risposta alla violenza non è la violenza e, allo stesso modo, la strada che conduce all'atteggiamento della serenità altra non può essere che quella del perdono.
TUTTO SUA MADRE (J AX)
Caro don Bruno. Mi è capitato di scoprire questa canzone in una serata televisiva. Il cantante non è (era) tra quelli che mi appassionano e ...





