Me l'aspettavo quella telefonata. Era un amico col quale mi ero tenuto in contatto nei giorni angosciosi del ricovero di Alfonso. Pochi giorni dopo la sua morte, il telefono squillò.
La domanda fu una di quelle che non ammettono risposte preconfezionate, secca ed immediata come una carica di esplosivo che in un attimo sbriciola quelle che, fino a quell'istante, erano le certezze e le sicurezze sulle quali avevi costruito la tua esistenza:
" Che senso ha quello che è accaduto"?
Il tentativo di dare una spiegazione alla
sofferenza, soprattutto quella del "giusto", è iniziato insieme all'umanità.
L'approccio di dare un significato razionale a ciò che è oggettivamente irrazionale è il limite antropologico che ne impedisce una corretta elaborazione, così come provare a confinarla nell'àmbito metafisico, inteso come realtà oltre il mondo della natura sensibile.Anche le proposte delle tante religioni risultano essere inadeguate. Perfino nel cristianesimo è lo stesso Gesù che, nell'imminenza della Passione, si rivolge al Padre chiedendo prima di evitare quanto stava per accadergli, per poi affidarsi alla sua volontà.
E' altresì evidente che un vissuto quotidiano di Fede autentica è un grosso aiuto, talvolta decisivo, per trovare un corretto rapporto con la sofferenza.Ora, mettendo da parte la dimensione religiosa quale potrebbe essere la strada da percorrere?
Io credo che il primo passaggio sia quello di non fermare quanto accade in una foto istantanea impossibile da trasformare. E' il divenire del tempo che svela e porta a compimento gli avvenimenti. Il seme che marcisce sotto terra non avrebbe alcuna spiegazione se ci fermassimo a quell'istante. E' solo quando diverrà un albero che prenderà forma e capiremo il senso di quella "morte".
Ecco dunque un altro aspetto strettamente collegato al precedente: esercitarsi nella pazienza e imparare a dare valore all'attesa.
Se la mettiamo in relazione agli stili di vita dell'uomo contemporaneo addirittura ne diventa una realtà sovversiva.
Un'altra dimensione sulla quale riflettere è che la sofferenza è certamente più feconda della gioia. I momenti di difficoltà sono straordinarie opportunità di emersione di realtà della propria persona soffocate dalla "normalità".
Il dolore ha un'azione purificatrice, fa emergere ciò che è davvero utile ed essenziale cancellando le sovrastrutture mentali e materiali che impediscono alla persona di amare in vera libertà.
Nei lunghi e duri anni della malattia dei miei fratelli prima, e poi di papà -chi è stato accanto ad una persona cara inferma mi può capire- spesso mi sono interrogato non solo sul perché di quella sofferenza ma, altresì, sul senso di quella vita.
Credo che nessuno sia così presuntuoso da proporre risposte che possano essere valide per tutti.
Per quanto mi riguarda io credo che l'approccio sia quello di fare in modo che la sofferenza non resti fine a se stessa e quindi inutile. E' nella misura in cui riusciamo a farci trasformare in meglio che il dolore assume un significato. Ognuno di noi è risultato della reazione che ha avuto rispetto alle vicende della propria vita.
Il dolore è un artigiano orafo che mette un metallo prezioso nel crogiuolo per fare in modo che le impurità si separino dall'oro e poi trasformarlo in un gioiello. Se è vero che ci sono realtà che non possiamo cambiare, lo è altrettanto che possiamo decidere come viverle.

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