domenica 20 settembre 2020

. .. LA VITA E' UN DONO!

E' delle ultime settimane un aggiornamento delle linee guida riguardo l'utilizzo della pillola abortiva RU486. Si potrà richiederne la somministrazione fino alla nona settimana di gestazione e basterà un giorno in day hospital.

 Il tema aborto è uno di quelli che ha lacerato profondamente la società italiana e per il quale ancora oggi il confronto è molto duro.

    E' altresì complicato da affrontare poiché gli aspetti da valutare sono molteplici. Io non ho le competenze per essere esaustivo e non è mia intenzione esprimere giudizi sulle persone (ci mancherebbe altro) piuttosto tentare, con tutti i miei limiti, una visione quanto più distaccata possibile.

    Parto da una considerazione riguardo la comunicazione. Quando ci si cimenta con l'argomento, solitamente si parla di legge sull'aborto oppure se ne cita il numero, ovvero la 194. In realtà la legge ha un altro nome, volutamente articolato affinché se ne possa percepire l'essenza: Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza. 
    Di fatto si omette la prima parte del titolo proponendo una interpretazione parziale e, comunque, diversa da senso che gli estensori gli diedero e cioè che interrompere la gravidanza non è un diritto della persona, non è una sua libertà. Abortire è una scelta drammatica ed estrema, che la legge consente nella misura in cui un bene giuridico sancito nella Costituzione si pone in insanabile contrasto con un altro di pari valore: il diritto alla vita del concepito e quello alla salute fisica e psichica della gestante.
    È questo il vero spirito della legge che al suo articolo 1 recita: 
Lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio».
    Nell'àmbito della comunicazione siamo quindi di fronte ad un approccio culturale che è prerogativa di alcune ideologie politiche cioè, quello della spersonalizzazione di realtà che invece incidono profondamente nella vita delle persone.  
D'altra parte, la medesima dinamica accadde con la Legge Biagi che veniva citata come Legge 30.

    La seconda osservazione riguarda la mancata applicazione dell'intero impianto della legge e, nello specifico, la parte che riguarda l'informazione alle donne, la prevenzione, e il lavoro di accompagnamento che dovrebbero svolgere i consultori famigliari.     
    L'attività dei consultori è chiara nell'articolo 5 dove ne viene indicata la finalità: la struttura socio-assistenziale è preposta alla rimozione delle eventuali cause che spingono la donna a chiedere l'interruzione della gravidanza. Capita invece che i consultori possano diventare una sorta di centro di informazione burocratico e di smistamento. Raramente vengono proposte alternative percorribili ed ancor più è raro trovare una corretta informazione a 360°. Un esempio è la mancata proposta di parto anonimo con il non riconoscimento del bambino il quale viene inserito in un particolare percorso per agevolarne l'adozione. 

    Chi ha avuto l'occasione di accompagnare una donna, talvolta una famiglia, nel percorso decisionale riguardo l'interruzione volontaria della gravidanza, si è trovato di fronte a persone che, nel 90% dei casi, vive tale realtà come un dramma. Soprattutto le donne avvertono il peso della decisione e raramente, anche se negli ultimi anni i casi sono aumentati, l'aborto è utilizzato alla stregua di metodo contraccettivo di ultima istanza.
    Ciò che si percepisce è l'estrema solitudine della donna, solitudine morale, solitudine psicologica, spesso isolamento sociale anche all'interno del nucleo famigliare.
    Questo è il motivo fondamentale con non mi convince nell'emanazione delle nuove linee guida ovvero si interrompe la gravidanza e si dimette la paziente quasi che la persona si fosse sottoposta ad una estrazione dentale.
    La solitudine morale e psicologica è, nel medio e lungo termine, devastante per il benessere della donna, soprattutto quando non è inserita in un solido contesto famigliare o di coppia.

E' evidente la difficoltà di trovare un punto di equilibrio tra le varie dimensioni, tuttavia l'applicazione totale dell'impianto legislativo sarebbe un notevole passo avanti.

    Da persona credente, impegnato nella pastorale famigliare della mia comunità, penso che anche noi cattolici dobbiamo riflettere e farci delle domande.

    Il punto di partenza non può che essere il ribadire l'intangibilità della vita da parte di chicchessia e la sua sacralità intesa come concetto laico, ovvero: «vuol dire riconoscere il valore sacro della vita umana, come bene indisponibile, e il fatto che la sua tutela deve iniziare dal momento del concepimento alla sua fine naturale, anche con la malattia. La vita è un dono e questo è un principio universale, non ideologico ma laico» (prof. Mario Melazzini, presidente Fondazione Italiana Ricerca SLA).

    Come cristiano non mi appassiona la messa all'indice di chi è già duramente provato da tali vicende. Non si tratta di giustificare e tanto meno di far finta di nulla quanto di lasciare sempre uno spazio affinché le persone non si sentano abbandonate. 

    Un'interpretazione maldestra dell' Humanae Vitae pareva mettere dei limiti invalicabili all'esercizio della sessualità anche in ambito coniugale. In realtà il pensiero di Paolo VI non era quello di ingessare definitivamente l'evoluzione della morale sessuale della Chiesa, quanto proporre un orientamento per il suo sviluppo nei decenni a seguire. Seppur timidamente (i tempi della Chiesa non sono molto veloci) si metteva in risalto la finalità unitiva del matrimonio e, se da un lato si ribadiva la contrarietà alla contraccezione, dall'altro veniva sottolineato come disordine anche l'omissione dell'atto coniugale.
    Alla fine degli anni novanta, Pietro Prini, nel suo Lo scisma sommerso teorizzava come la rigidità delle norme dottrinali in materia di morale sessuale e bioetica, avessero spinto molti cristiani a sentirsi fuori dalla Chiesa in quanto non perfettamente in linea con quelle norme.

    Il mio punto di vista è che, fermo restando le verità della dottrina, non possiamo dimenticare che la Fede non è un obbligo ma una proposta. Si tratta di restare accanto alle persone e fargli sperimentare che il Signore resta sempre accanto. Non è una novità di Giovanni XXIII ma la prassi di Gesù quella di condannare l'errore e non l'errante.

    Ora, quale atteggiamento dovremmo avere nei confronti di una persona già duramente provata da un'interruzione volontaria di gravidanza? Non certo quella di abbandonarla a se stessa ma di trovare un luogo, fisico e metaforico, in cui si possa sperimentare l'accoglienza, il perdono ed una proposta di conversione, non solo nella sua accezione religiosa.



    

mercoledì 9 settembre 2020

QUESTIONE DI VITA

    La morte non è una realtà razionale ed umanamente accettabile, ancor di più quando colpisce un giovane.   
    Quando questa sopraggiunge con le modalità di cui è stato vittima Willy, all'incredulità si aggiunge la rabbia e lo sgomento per la violenza gratuita della quale è stato fatto oggetto, assassinandolo.

    Sono rimasto spesso stupito ogni qualvolta abbia letto reazioni e commenti a questo tipo di eventi  che, ahi noi, si susseguono sempre più di frequente. La macchina mediatica della strumentalizzazione politica ed il tam tam sui social network, assumono immediatamente, da una parte, la forma della contrapposizione ideologica; dall'altra l'utilizzo della retorica dello Stato che non funziona, delle mele marce, del "diverso" che è brutto e cattivo etc.

    Non di rado mi capita di dissociarmi dal "pensiero unico", molto di più in queste occasioni. Dal mio punto di vista sono risposte parziali ed inadeguate frutto dell'emotività e che valutano le questioni nella loro parte finale; è come se un medico tentasse un approccio terapeutico ad una malattia curandone i sintomi e non le cause.

    In primo luogo ci si dimentica che vittime e carnefici sono persone. Lo sforzo di rinchiuderli in categorie (immigrato integrato, ragazzo modello, esempio di onestà, etc da una parte; extracomunitari, clandestini, tossici, balordi, teppisti etc dall'altra) serve a coloro che ne parlano per schierarsi pro oppure contro in relazione alle proprie convinzioni e sentimenti.

    Il punto fondamentale però, dal mio punto di vista, è quello che viviamo oggigiorno non è altro che il frutto della banalizzazione, relativizzazione, mancanza di rispetto verso la vita.
La vita ha una sua dignità intrinseca, una sorta di laica sacralità che nel corso degli anni sono state via via svilite e svuotate.
    Questa dinamica che va dal definire un diritto la soppressione della vita nascente, così come l'eliminazione di quella sofferente, arrivando al commercio di organi,e  passando attraverso la nuova tratta di esseri umani, ha contribuito al clima di sopraffazione ed alla affermazione della "legge del più forte": le persone, quelle più deboli ed indifesi naturalmente, trattate alla stregua di qualsiasi merce. Pare che le "violenze" siano state sdoganate e sempre più frequentemente vengano utilizzate quale strumento di confronto, contrapposizione, o per acquisire una falsa emancipazione che avviene, paradossalmente, omologandosi a determinati modelli.

    Attenzione, non si tratta di giudicare o condannare la persona in quanto tale, me ne guardo bene. Il punto sta nel fatto che l'Uomo a smesso di esercitare la critica ed il discernimento. Si accontenta di pseudo verità e falsi miti quali quello del successo a tutti i costi, del fine che giustifica i mezzi, e che in una ipotetica competizione, l'altro non è un avversario da battere ma un nemico da abbattere.
    Sono stati accantonati i cosiddetti valori e princìpi tradizionali" sostituendoli con il nulla; è stato definito vecchio ciò che invece è antico, antiquato ciò che invece ha una Storia.

    Ma ogni giorno quanti Willy, Pamela, Sacko, Adnan etc, sono pestati a morte con l'indifferenza, l'emarginazione, l'abbandono, lo sfruttamento(etc). Sono essi gli anziani, le donne, i disabili, i clandestini, i disoccupati, sono tutti coloro a cui vengono negati diritti ed opportunità, e così via. Tutto ciò è negazione e mancanza di rispetto per la vita, ancor prima che essere un comportamento immorale o una condotta delinquenziale.

    La strada per rendere onore a tutte le vittime e per fare in modo che la loro morte abbia un valore ed un significato, non è altro che quella di rimettere al centro dell'attenzione la vita, la persona. Se così non sarà dovremo prepararci a pensare a nuove "categorie" che prima o poi serviranno per descrivere nuove vittime e nuovi carnefici.



mercoledì 2 settembre 2020

"COME IO VI HO AMATO"

    Qualche tempo fa mi sono nuovamente imbattuto in un video che documentava l'eterno dibattito sul rapporto tra scienza e Fede. I protagonisti erano Giuseppe Zenti, vescovo di Verona, e Margherita Hack, astrofisica di caratura mondiale.
    Ad un certo punto la scienziata pronunciò una delle sue celebri frasi: 
"Non ho bisogno di Dio per comportarmi onestamente con gli altri".

    Mi sono soffermato spesso a riflettere su questa affermazione e sulla conseguente domanda ovvero cosa distingue il "comportarsi bene" dei non credenti rispetto al "comportarsi bene" di coloro che professano una Fede, nello specifico dei cristiani. 
    Molto dipende dal punto di osservazione della questione. Solitamente si ragione dei termini degli effetti, vale a dire che in entrambi i casi il risultato è quello di essere persone per bene.

    Altro significato se il presupposto preso in considerazione è la causa di quell'atteggiamento. 

    Il non credente ha come termine di riferimento al proprio essere una brava persona, una morale la cui formazione si basa su differenti realtà quali il contesto sociale, famigliare, culturale, perfino geografico in base al luogo di nascita  o di residenza. Credo di poter affermare che siano fattori che possono avere notevoli variazioni in base ad innumerevoli varianti. La degenerazione o l'abuso di questi punti riferimento porta al relativismo etico che non ammette valori stabili e oggettivi in sede morale. 

    Per il cristiano, ancor di più per il cattolico, esiste un termine di riferimento immutabile che non è una idea, una filosofia o altro: la fonte di ispirazione è una persona, Gesù Cristo. Egli indica con la sua vita,  concretamente, chiaramente ed inequivocabilmente le coordinate universali entro le quali ogni persona dovrebbe vivere: "Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri come Io vi ho amato" (Gv 13,34).
    Per i giudei i comandamenti più importanti erano due: 
"Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze." (Dt 6,4-5) e "amerai il prossimo tuo come te stesso" (Lv 19,18). 

    Ad una lettura frettolosa sfugge l'essenza del "comandamento nuovo". La novità è invece evidente e chiara e sta proprio nella persona di Gesù Cristo che indica se stesso come termine di paragone per il "come" bisogna amare, ovvero arrivare anche al sacrificio della propria vita per gli altri, addirittura per i propri nemici.

    Quel "come io vi ho amato" cambia la prospettiva dell'esistenza di chi decide di cimentarsi nel cammino del cristianesimo, porta a svuotare sé stessi per fare spazio al Signore, come ben illustra San Paolo: "e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano.(Gal 2,20-21).

    Quando dunque ci imbattiamo in una brava persona che dice di essere cristiano, siamo dinanzi a qualcuno il cui merito, se proprio vogliamo riconoscergliene uno, non sta nell'essere  persona per bene quanto nell'aver incontrato Gesù Cristo, nell'averlo riconosciuto e nell'aver deciso di seguirlo.

    Riguardo a me posso dire posso dire che lo sforzo di essere una brava persona è stata una costante fin da ragazzo. Non sempre ci sono riuscito, almeno fino a quando Cristo non si è posto di traverso sulla mia strada spingendomi a scegliere come proseguire, con Lui o senza (non contro) di Lui. 
    Scelsi a cuor leggero la sua sequela. Pieno di me stesso e presuntuoso, mi sentivo forte ed all'altezza per poter controllare la situazione e pensavo che la Fede fosse quel particolare che va a completare una qualsiasi opera. 

    Come mi sbagliavo! 

    Ed ora, dopo 35 anni da quella scelta e dopo aver fatto a sportellate con la vita e qualche volta a pugni pure con Dio che, nel corso del tempo, mi ha sbattuto in faccia tutte le mie umane miserie, in prossimità della fine del tunnel dell' esperienza degli ultimi mesi, posso affermare di essermi definitivamente avviato in un cammino di Fede convinto e consapevole. E' il secondo passo di un cammino del cui traguardo ho letto, sentito parlare e constatato in Gesù Cristo. 

    L'affascinante incognita è cosa troverò sulla mia strada prima di giungervi.









TUTTO SUA MADRE (J AX)

Caro don Bruno. Mi è capitato di scoprire questa canzone in una serata televisiva. Il cantante non è (era) tra quelli che mi appassionano e ...