lunedì 29 giugno 2020

L'OGGETTO DELLA CURA

Faccio una doverosa premessa. Esistono delle professioni che per essere svolte con efficacia devono necessariamente avere una sorta di distacco emotivo in relazione alle operazioni connesse alla professione stessa e rispetto ai destinatari di tali interventi.
Il pericolo è che tale approccio faccia perdere di vista il fatto che dinanzi a ciò ci sono delle persone.
Ho vissuto anche questa realtà quando, dopo il ricovero di papà, ricevetti una telefonata dall'ospedale. Al solo leggere il numero mi si raggelò il sangue ed stato quello uno dei tanti episodi maldestri e surreali che ho vissuto.
Era il medico rianimatore del reparto di terapia subintensiva covid del San Luca. Dopo essersi accertato di chi fossi si presentò aumentando così la mia angoscia.
La voce era gelida, distante dal dramma che si stava svolgendo, quasi che la comunicazione che stava per darmi fosse un banale messaggio di un call center. Mi disse:
"Devo lasciare le consegne al cambio turno e dobbiamo sapere a quali manovre vuole che suo padre sia sottoposto in caso di peggioramento della situazione clinica". Rimasi frastornato, non tanto da ciò che diceva quanto per il tono della sua voce. Gli dissi che non mi era chiaro ciò che stesse dicendo e lui, quasi infastidito dalla mia reazione replicò con tono deciso chiedendomi di nuovo cosa avessi voluto che facessero per mio padre. Mi ripresi dallo shock e gli dissi di nuovo che doveva essere più esplicito. Solo allora chiarì che dovevo dare il mio consenso nel caso in cui fosse stato necessario intubare o tracheostomizzare papà. Pur sforzandomi mi pareva l'ennesima incredibile vicenda che subivo, non tanto per il contenuto quanto per la forma.
Mi sforzai di restare lucido, raccolsi le energie mentali e risposi che la scelta spettava a loro in scienza e coscienza tenendo presente che non avrei voluto che papà subisse eutanasia o accanimento terapeutico.
A questo punto ebbi l'impressione che la situazione emotiva avesse subìto un cambiamento perché fu lui a chiedermi con voce tentennante cosa io stessi dicendo. Con piglio sempre più sicuro, pensando a papà, con straziante sofferenza, cosciente di dover prendere una decisione che non auguro a nessuno, ripetei con voce ferma, limpida, sicura e serena, quanto detto in precedenza precisando che per accanimento terapeutico io intendevo quelle cure o interventi non proporzionati al beneficio che ne avesse potuto trarre mio padre. Per un attimo ebbi l'impressione di vedere lo stupore dall'altro capo del telefono quasi avessi destabilizzato il modus operandi del mio interlocutore.
Ecco, da parte di alcuni operatori della sanità, trattare queste vicende come se di parlasse di interventi da realizzare su un elettrodomestico o un'automobile, non rende merito a quelle professioni e, soprattutto a quei professionisti.
In realtà si tratta di decidere qual è l'oggetto della cura: la malattia o il malato?
Perché per curare la malattia oggigiorno pare basti fare indagini diagnostiche e seguire i relativi protocolli. Si ha l'impressione che l'analisi clinica del paziente sia un retaggio antico che, tra le altre cose, espone a responsabilità non indifferenti. 
Se invece l'oggetto della cura è il malato, non è secondario somministrare dosi di umanità ed empatia, non solo al paziente ma anche ai suoi famigliari. 
Addirittura la letteratura scientifica riporta sempre più frequentemente testimonianze di aumento delle percentuali di guarigioni in presenza di una approccio terapeutico di condivisione, quasi complicità tra il medico, il malato e la sua famiglia.
Io sono persuaso che tutti i mestieri andrebbero svolti per passione, alcuni per missione e ritengo che "non si debba fare il medico o l'infermiere" piuttosto "si dovrebbe esserlo".
Ho l'impressione che coloro che hanno tratto più insegnamenti nella tragedia dei decessi dovuti a questa pandemia sono proprio i sanitari che hanno pagato a caro prezzo il loro straordinario impegno ed ai quali deve andare la nostra eterna gratitudine.
Credo che anche nell'approccio col paziente, almeno me lo auguro, ci sarà un "prima del covid e dopo il covid" proprio perché decine e decine di medici ed infermieri hanno sperimentato sulla propria persona l'essere malato di questa patologia che non coinvolge solo il fisico ma anche la mente e gli affetti.
Torna dunque l'esigenza di riportare al centro di ogni agire "la persona" e ritornare a praticare la compassione intesa come partecipazione alle vicende ed altrui sofferenze. Lc 7,12-15








domenica 28 giugno 2020

L'OPPOSTO DELL' AMORE

In 18 anni non ho ancora ascoltato don Bruno esprimere un' omelia banale o scontata; al massimo, in rarissime occasioni -si contano sulle dita di una mano- qualche riflessione dettata dalla stanchezza fisica.

Stamattina, dinanzi ad un brano del Vangelo tutt'altro che semplice (Mt 10,37-42) ha proposto una chiave di lettura arguta e praticabile.

E sì, perché quando ti si viene a dire:"Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me, etc", la coscienza e le tue certezze vengono scosse alla base. Umanamente come è possibile amare qualcuno o qualcosa più di un genitore e, ancor più, di un figlio?

Ecco dunque che don Bruno, con una semplicità disarmante, ti apre un orizzonte differente. Non si tratta di togliere amore alle persone care o agli altri quanto, piuttosto, sforzarsi di innalzare l'amore verso Dio.

Questo passaggio ha confermato una riflessione personale che coltivo da anni e che in questi mesi si è rafforzata: secondo me il contrario dell'amore non è l'odio ma la disperazione, al massimo l'odio può essere una conseguenza di quest'ultima.

Mi sono chiesto come mai, nonostante gli ingiusti attacchi e le gratuite violenze subìte, sono riuscito a non coltivare l'odio; ho cercato anzi di capire i motivi che avessero spinto qualche persona a tali atteggiamenti, diciamo così, sopra le righe.

La risposta che mi sono dato e di cui stamane ho avuto conferma è che non ho avuto tentennamenti e cedimenti che mi potessero portare alla disperazione.

In ogni istante ho sperimentato la Fede, quella che genera la Speranza; ho vissuto la solidarietà, quella vera che può scaturire solo dall'amore, ho percepito di non essere stato abbandonato ne da Dio ne dalle persone.

E' lo spessore della propria risposta alla proposta di Fede del Signore che rende la possibilità di restituire in egual misura intorno a noi, l'amore che da Lui riceviamo. Più amiamo Dio, più siamo disposti ad amare i nostri cari e chi incontriamo sul nostro cammino.

Ed esiste anche una sorta di prova del nove a tutto ciò e si chiama "perdono".

Il perdono è la massima espressione dell'amore e tanto più siamo disponibili ad incamminarci in un percorso di perdono in realtà di peso, tanto più significa che stiamo amando e tanto più siamo in sintonia col Padreterno.

Anche Cristo in croce è stato tentato dalla disperazione(Dio mio perché mi hai abbandonato), quasi a confermare che essere isolati e abbandonati, davvero sia la vera tragedia dell'essere umano; anche in quel caso la via d'uscita di Gesù non è l'odio ma l'estremo gesto d'amore di affidarsi alla volontà del Padre.

Mi è capitato tante volte di chiedermi se Giuda Iscariota soffra le fiamme dell'inferno o goda della gloria dei santi. Mi piace pensare che anche lui abbia potuto godere della misericordia di Dio e che se pure sia al cospetto del demonio non è dovuto al fatto di aver tradito o Gesù o che si sia suicidato, quanto al fatto di aver disperato fino all'ultimo istante della sua esistenza della possibilità del perdono e dunque dell'amore da parte di Dio.

E' dunque la disperazione l'opposto dell'amore ed ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte affinché per ognuno ci sia sempre uno spiraglio di luce che apra alla Speranza.



sabato 20 giugno 2020

ELOGIO RA' PIZZA CHIENA

Sono di parte, ne sono cosciente: penso che il cibo sia la forma che meglio rappresenta la condivisione, addirittura la solidarietà. E lo posso testimoniare con contezza.
Era la settimana Santa e con la mia famiglia ci trovavamo nel pieno della tempesta. Aggrappandomi al buon Dio mi sforzavo di mantenere la calma, la lucidità, di non essere sopraffatto dagli eventi. Nel turbinio di pensieri e preoccupazioni non avrei mai immaginato che qualcuno ci potesse far dono di quelli che sono tra i capisaldi gastronomici del periodo pasquale: "pizza chiena", pastiera e uovo di cioccolato.
E' incredibile, quelle leccornìe sono state come una boccata di ossigeno, un raggio di luce che squarcia l'oscurità.
In realtà si materializzava la constatazione che non eravamo soli e che tantissime persone ci erano accanto.
Chi ci donava l'uovo di cioccolata ci ha messo sullo stesso piano dei bimbi presenti in famiglia, così come "pizza chiena" e pastiera, nelle nostre tradizioni, vengono preparate per famigliari e amici. 
Quale il significato? Io credo che sia significativo porre dei gesti perché rendono evidenti sentimenti ed intenzioni. 
Ancora oggi in svariate parti del mondo è consuetudine attingere da uno stesso piatto posto al centro del cerchio che i commensali formano intorno alla mensa. Vuol dire che tutti, anche chi è ospite o forestiero, partecipano della stessa sorte. 
Ecco dunque l'empatia. 
Me le sono immaginate queste persone. 
Ester e Vincenzo, in giro per trovare l'uovo giusto per i propri bimbi, che pensavano alla mia famiglia e si sforzavano di individuare quello adatto a noi.
Lala che, infischiandone di età e acciacchi, impastava e tagliuzzava con passione maestria il necessario per preparare "a pizza chiena"; e già pensava a quella che sarebbe arrivata a me.
La signora Ruocco e il marito Gerardo, ospiti assidui per la pizza con broccoli e salsiccia e nostri dirimpettai: gli sarà bastato affacciarsi mezza volta per inserirci nelle fila di coloro a cui preparare la pastiera.
"Pizza chiena", pastiera e uovo sono la differenti rappresentazione di una stessa realtà che è la partecipazione alla vita di chi incontriamo. 
E non può mancare il rimando alla Fede dove il cibo è elemento fondamentale per rappresentare l'interesse all'altro e la condivisione. 
Due sono i passaggi che mi sono più cari:
-Il miracolo, maldestramente indicato, della moltiplicazione dei pani e dei pesci. In realtà Gesù non moltiplica alcunché, piuttosto suddivide (Gv 6,1-15 Mc 6,35-44).
-Il cuore del cristianesimo ovvero lo spezzare del pane che rappresenta il donarsi di Gesù all'umanità di tutti i tempi (Lc 22,19).
Quella "pizza chiena", quella pastiera e quell'uovo di cioccolato sono stati pane spezzato e condiviso che, fosse anche per un sono istante, ha fatto di tutti noi una cosa sola.

giovedì 18 giugno 2020

PAROLE

Nel corso di questi mesi, oltre a sperimentare la gratuita e violenta cattiveria di pochi, sono stato sostenuto dalla solidarietà di centinaia di persone. Moltissimi mi hanno chiamato manifestandomi diversi sentimenti: sgomento, incredulità, conforto, incoraggiamento, benevola "invidia" per la Fede sempre manifestata. 
Un concetto ha accomunato la maggior parte di questi colloqui; tantissimi si congedavano dicendomi di essere persuasi dell'inadeguatezza ed inutilità delle parole dinanzi alle vicende drammatiche che mi avevano travolto.
Ecco, io non sono d'accordo.
Spesso mi sono fermato a riflettere sul fatto che abbiamo due organi per ascoltare ed uno per parlare. Per ascoltare non dobbiamo fare sforzi particolari ed allo stesso modo le orecchie sono sempre aperte per accogliere suoni e rumori dell'ambiente che ci circonda, anche di notte quando riposiamo. Insomma, si ha l'impressione che siamo fatti più ascoltare che per parlare.
Perché allora la parola è così importante?
La parola è il primo reale messaggero che parte dalla persona e fisicamente si incontra con l'altro. Racconta i pensieri di chi sta parlando e, anche quando non ci si vede, ne lascia trasparire le emozioni. E' la prima materializzazione dei sentimenti che vengono elaborati per poi essere comunicati all'altro.
La parola partecipa alle gioie ed ai dolori di chi incontriamo; può essere sale oppure unguento sulle ferite di chi ascolta. 
La parola ha un peso, uno spessore, sia per chi la esprime che per chi ne è destinatario, genera per entrambi delle conseguenze.
Se è vero che alcune parole hanno acuito il mio dolore, ancor di più quelle di affetto di decine e decine di persone sono state il balsamo che lo ha alleviato.
Quale realtà rende però verace la parola e ne sostiene l'efficacia nell'incontro con l'altro?
Ancora una volta è l'amore, secondo la dinamica che non è tanto importante ciò che si fa o ciò che si dice, quanto la motivazione che ci spinge a farlo.
Il cristiano, nella Bibbia, si imbatte immediatamente con questa realtà cosicché fin dai primissimi versetti, in Genesi, lo scrittore sacro illustra l'importanza e la concretezza della parola. La creazione avviene attraverso il parlare del Signore a partire da Gen 1,3:
Dio disse:"Sia la luce!" fino ad arrivare, con i 7 successivi "Dio disse", in un crescendo emozionante, alla creazione dell'Uomo che viene sublimata in quella meraviglia che è prologo del Vangelo di Giovanni.
Dunque le parole non sono inadeguate o inutili; non lo sono in queste circostanze, non lo sono se davvero sono l'araldo del nostro cuore.


venerdì 12 giugno 2020

EMPATIA VO' CERCANDO

Gli ultimi 6 anni della mia vita sono stati straordinariamente intensi, drammatici ma esaltanti. 
Una delle dimensioni che ho imparato è che alla legittima aspirazione di immaginare e progettare il proprio futuro, deve accompagnarsi la prudenza di non utilizzare china o pennarelli, quanto matita e gomma per cancellare.
Talvolta gli eventi sono così repentini ed imprevedibili che si viene travolti da un vortice di circostanze incredibili, ingestibili ed indipendenti dalla propria volontà.
Capita poi che oltre la tempesta concreta, ti ritrovi anche in una burrasca mediatica, virtuale.
Resterà per me un mistero insondabile come sia possibile esercitarsi in fantasiose e distorte ricostruzioni di fatti di cui non si ha contezza diretta. 
Ancor di più resto stupito dinanzi al modo di operare di alcuni che fanno dell'informazione la propria professione.
Qualche giorno fa chiamai un conoscente, redattore in una TV locale del Cilento.
Gli chiesi se mi avesse potuto illustrare i criteri con i quali pubblicano notizie, soprattutto quando queste riguardano particolari aspetti delle vicende delle persone.
In particolare, gli chiesi se, a fronte di una comunicazione ricevuta da un cittadino che mi vedeva mio malgrado coinvolto, avessero cercato dei riscontri prima della pubblicazione.
La risposta di questa persona, peraltro molto garbata e stupìta alle mie richieste ed ai miei successivi ragionamenti, fu che loro erano in regola in quanto c'era una registrazione in cui il cittadino dava quella comunicazione e che, quindi, la responsabilità era la sua.
Arriviamo così al punto della questione e che investe dimensioni che paiono scomparse dal lessico delle relazioni e dei comportamenti nella nostra società: il senso di umanità, la capacità e l'esigenza di immedesimarsi negli altri, l'opportunità o meno di porre in essere alcuni gesti.
Se esiste un dovere deontologico di trovare riscontri ad una informazione, dal mio punto di vista è ancora più importante, oserei dire dirimente, la questione etica.
Il fatto che un'azione sia legalmente possibile non la rende automaticamente lecita dal punto di vista etico.
Ancora. Troppo spesso ci si dimentica che dall'altro lato ci sono delle persone che già vivono un dramma, una condizione di fragilità fisica, mentale e non si tiene conto delle conseguenze psicologiche, relazionali e gli effetti nella comunità.
Immaginiamo per un attimo l'impatto di una notizia non confermata su una madre cardiopatica già sufficientemente in apprensione per una determinata situazione che riguarda i propri cari.
E immaginiamo anche come si possa sentire colui che viene accusato senza possibilità di esprimere la propria versione.
Mi sono reso conto concretamente del perché, giovani vessati e persone fragili possano giungere a gesti estremi.
Mi chiedo quando assisteremo al ripristino delle condizioni di buon senso, quando torneremo ad esercitare l'empatia, quando, la vita e gli affetti delle persone, torneranno ad essere il fine dell'agire di ognuno e non lo strumento per raggiungere i propri scopi?
"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. . . " (Lc 10,30-35)






venerdì 5 giugno 2020

LE ALI DELLA LIBERTA'

Che il caso non esista è una delle mie certezze.

Quando ieri sera ho ricevuto la comunicazione da parte dell'ASL che anche i tamponi di verifica a cui siamo stati sottoposti sono risultati negativi, ho ripensato alla messa in onda di qualche giorno prima, di quello che è il film più significativo della mia vita: Le ali della libertà, splendidamente interpretato da Tim Robbins e Morgan Freeman; trasposizione cinematografica del racconto di Stephen King “Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank” e pellicola in cui, tantissimi, potrebbero riconoscere la metafora della propria vita.

Nonostante la durezza del racconto, la filigrana e l'orizzonte restano sempre la speranza e la fiducia di poter realizzare le proprie aspirazioni.

Tante le frasi del film rimaste celebri e scolpite nella mente e nel cuore di chi lo ha visto:

“Ricorda, Red, la speranza è una buona cosa, forse la migliore delle cose, e le cose buone non muoiono mai.”

 

“Alcuni uccelli non sono fatti per la gabbia, questa è la verità, sono nati liberi e liberi devono essere. E quando volano via ti si riempie il cuore di gioia, perché sai che nessuno avrebbe dovuto rinchiuderli.”

 

Andy Dufresne che attraversò un mare di merda, e ne uscì pulito e profumato.”

 

"O fai di tutto per vivere, o fai di tutto per morire. Io ho scelto di vivere. "

 

Ecco, questi due mesi di isolamento forzato a causa del contagio sono stati una vita intera condensata in 86400 minuti in cui, probabilmente, ho sperimentato quasi tutte le emozioni possibili.

Così come il protagonista del film, anch'io sono stato travolto da una “tempesta perfetta”, sono stato messo in gabbia, ho subìto violenza, attraversato un mare di merda, ho perduto affetti.

Nonostante ciò la barra è rimasta a dritta su quello che era l'obiettivo ovvero proteggere la mia famiglia e accompagnarla fuori dal tunnel.

Questo è stato possibile grazie alla Fede, alla presenza dei miei zii e cugini, alla vicinanza degli amici.

E ora sono anch'io sulla “riva del  Oceano Pacifico su una vecchia barca per rimetterla a nuovo”, perché “ho scelto di vivere”.

Ho scelto di vivere perché in questa vicenda ho vissuto la pienezza della famiglia, della Speranza, dell'amicizia, delle relazioni, della fiducia.

Spero di essere degno di mio papà.

Spero di aver aiutato al meglio i miei cari.

Spero di meritare il bene ricevuto.

Spero di aver onorato i miei parenti.

Spero di essere all'altezza delle aspettative dei miei collaboratori.

Spero di avere le competenze per vincere le sfide che mi attendono.

Spero di poter realizzare le mie aspirazioni.

“Spero. . . .!”

martedì 2 giugno 2020

FELICITA'

Non so perché, ma qualche settimana fa mi ritrovai a riflettere su quella che credo sia la massima aspirazione di ogni Uomo: la felicità.
E' evidente che i pensieri sono influenzati dal periodo in cui vengono elaborati e, dunque, mi interrogai se fosse stato il momento opportuno, dopodiché, considerato appunto il periodo, rimasi alquanto timoroso.
Alla fine mi lasciai trasportare dalla curiosità e dall'istinto e, per un pò, ho ragionato con me stesso consapevole sì, che un tema come questo non si può esaurire in pochi giorni di riflessioni, ma tuttavia convinto dell'opportunità di fare un'istantanea che, probabilmente, mi tornerà utile in futuro.
E allora la mente ha cominciato a ripercorrere la vita dei miei genitori, la mia, quella vissuta con la mia famiglia, le vicissitudini del nostro lavoro e della nostra comunità parrocchiale. Vita comune a tante persone che con dedizione e sacrificio si adoperano per portare avanti il proprio progetto tentando di restare fedeli ai princìpi ed ai valori che si sono dati, spesso nel silenzio e nell'anonimato. 
Quando si tratta di ricordare il passato non esiste un metodo, una priorità comuni a tutti; c'è chi mette in evidenza il bello, chi parte dalle cose brutte, chi, addirittura, vive l'esperienza del "reset" ovvero, per evitare il "crash", il cervello cancella preventivamente dalla memoria le esperienze che potrebbero causare forti danni all'equilibrio psicofisico dell'individuo.
A me è capitato, cosicché non ho alcun ricordo, neppure le date ed il collegamento storico del periodo in cui i miei fratelli, Rino e Antonio, conclusero il loro cammino terreno; l'unico barlume rimasto  è che tutto avvenne in meno di un anno.
Questa sorta di viaggio nella memoria mi ha portato a ricordare, com'è giusto che sia, momenti angosciosi ed altri esaltanti, gioie e dolori sperimentati nella mia famiglia di origine, in quella personale, in quella di elezione.
Ad esser sincero mi sono ricordato di più delle brutte esperienze e tuttavia non ho potuto fare a meno di constatare che, per qualche motivo insondabile e razionalmente incomprensibile, ad oggi posso dire di esser stato e di essere felice.
Ma come può essere possibile?
Naturalmente la mia non può che essere una lettura da credente, anzi da cristiano.
E' la Fede che rende l'opportunità di trasfigurare la sofferenza. E' la stessa Fede, in una Persona non in un'idea, che dona Speranza. E' ancora la Fede che fa capire che gli unici due ostacoli alla felicità sono il non essere amati e, ancor di più, il non amare.
E quindi, la fotografia che scatto alla felicità in questo momento della mia vita, è che la felicità non è altro che un raggio di luce che squarcia l'oscurità, la felicità è amare.

TUTTO SUA MADRE (J AX)

Caro don Bruno. Mi è capitato di scoprire questa canzone in una serata televisiva. Il cantante non è (era) tra quelli che mi appassionano e ...