Il pericolo è che tale approccio faccia perdere di vista il fatto che dinanzi a ciò ci sono delle persone.
Ho vissuto anche questa realtà quando, dopo il ricovero di papà, ricevetti una telefonata dall'ospedale. Al solo leggere il numero mi si raggelò il sangue ed stato quello uno dei tanti episodi maldestri e surreali che ho vissuto.
Era il medico rianimatore del reparto di terapia subintensiva covid del San Luca. Dopo essersi accertato di chi fossi si presentò aumentando così la mia angoscia.
La voce era gelida, distante dal dramma che si stava svolgendo, quasi che la comunicazione che stava per darmi fosse un banale messaggio di un call center. Mi disse:
"Devo lasciare le consegne al cambio turno e dobbiamo sapere a quali manovre vuole che suo padre sia sottoposto in caso di peggioramento della situazione clinica". Rimasi frastornato, non tanto da ciò che diceva quanto per il tono della sua voce. Gli dissi che non mi era chiaro ciò che stesse dicendo e lui, quasi infastidito dalla mia reazione replicò con tono deciso chiedendomi di nuovo cosa avessi voluto che facessero per mio padre. Mi ripresi dallo shock e gli dissi di nuovo che doveva essere più esplicito. Solo allora chiarì che dovevo dare il mio consenso nel caso in cui fosse stato necessario intubare o tracheostomizzare papà. Pur sforzandomi mi pareva l'ennesima incredibile vicenda che subivo, non tanto per il contenuto quanto per la forma.
Mi sforzai di restare lucido, raccolsi le energie mentali e risposi che la scelta spettava a loro in scienza e coscienza tenendo presente che non avrei voluto che papà subisse eutanasia o accanimento terapeutico.
A questo punto ebbi l'impressione che la situazione emotiva avesse subìto un cambiamento perché fu lui a chiedermi con voce tentennante cosa io stessi dicendo. Con piglio sempre più sicuro, pensando a papà, con straziante sofferenza, cosciente di dover prendere una decisione che non auguro a nessuno, ripetei con voce ferma, limpida, sicura e serena, quanto detto in precedenza precisando che per accanimento terapeutico io intendevo quelle cure o interventi non proporzionati al beneficio che ne avesse potuto trarre mio padre. Per un attimo ebbi l'impressione di vedere lo stupore dall'altro capo del telefono quasi avessi destabilizzato il modus operandi del mio interlocutore.
Ecco, da parte di alcuni operatori della sanità, trattare queste vicende come se di parlasse di interventi da realizzare su un elettrodomestico o un'automobile, non rende merito a quelle professioni e, soprattutto a quei professionisti.
In realtà si tratta di decidere qual è l'oggetto della cura: la malattia o il malato?
Perché per curare la malattia oggigiorno pare basti fare indagini diagnostiche e seguire i relativi protocolli. Si ha l'impressione che l'analisi clinica del paziente sia un retaggio antico che, tra le altre cose, espone a responsabilità non indifferenti.
Se invece l'oggetto della cura è il malato, non è secondario somministrare dosi di umanità ed empatia, non solo al paziente ma anche ai suoi famigliari.
Addirittura la letteratura scientifica riporta sempre più frequentemente testimonianze di aumento delle percentuali di guarigioni in presenza di una approccio terapeutico di condivisione, quasi complicità tra il medico, il malato e la sua famiglia.
Io sono persuaso che tutti i mestieri andrebbero svolti per passione, alcuni per missione e ritengo che "non si debba fare il medico o l'infermiere" piuttosto "si dovrebbe esserlo".
Ho l'impressione che coloro che hanno tratto più insegnamenti nella tragedia dei decessi dovuti a questa pandemia sono proprio i sanitari che hanno pagato a caro prezzo il loro straordinario impegno ed ai quali deve andare la nostra eterna gratitudine.
Credo che anche nell'approccio col paziente, almeno me lo auguro, ci sarà un "prima del covid e dopo il covid" proprio perché decine e decine di medici ed infermieri hanno sperimentato sulla propria persona l'essere malato di questa patologia che non coinvolge solo il fisico ma anche la mente e gli affetti.
Torna dunque l'esigenza di riportare al centro di ogni agire "la persona" e ritornare a praticare la compassione intesa come partecipazione alle vicende ed altrui sofferenze. Lc 7,12-15
Ho l'impressione che coloro che hanno tratto più insegnamenti nella tragedia dei decessi dovuti a questa pandemia sono proprio i sanitari che hanno pagato a caro prezzo il loro straordinario impegno ed ai quali deve andare la nostra eterna gratitudine.
Credo che anche nell'approccio col paziente, almeno me lo auguro, ci sarà un "prima del covid e dopo il covid" proprio perché decine e decine di medici ed infermieri hanno sperimentato sulla propria persona l'essere malato di questa patologia che non coinvolge solo il fisico ma anche la mente e gli affetti.
Torna dunque l'esigenza di riportare al centro di ogni agire "la persona" e ritornare a praticare la compassione intesa come partecipazione alle vicende ed altrui sofferenze. Lc 7,12-15

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