Gli ultimi 6 anni della mia vita sono stati straordinariamente intensi, drammatici ma esaltanti.
Una delle dimensioni che ho imparato è che alla legittima aspirazione di immaginare e progettare il proprio futuro, deve accompagnarsi la prudenza di non utilizzare china o pennarelli, quanto matita e gomma per cancellare.
Talvolta gli eventi sono così repentini ed imprevedibili che si viene travolti da un vortice di circostanze incredibili, ingestibili ed indipendenti dalla propria volontà.
Capita poi che oltre la tempesta concreta, ti ritrovi anche in una burrasca mediatica, virtuale.
Resterà per me un mistero insondabile come sia possibile esercitarsi in fantasiose e distorte ricostruzioni di fatti di cui non si ha contezza diretta.
Ancor di più resto stupito dinanzi al modo di operare di alcuni che fanno dell'informazione la propria professione.
Qualche giorno fa chiamai un conoscente, redattore in una TV locale del Cilento.
Gli chiesi se mi avesse potuto illustrare i criteri con i quali pubblicano notizie, soprattutto quando queste riguardano particolari aspetti delle vicende delle persone.
In particolare, gli chiesi se, a fronte di una comunicazione ricevuta da un cittadino che mi vedeva mio malgrado coinvolto, avessero cercato dei riscontri prima della pubblicazione.
La risposta di questa persona, peraltro molto garbata e stupìta alle mie richieste ed ai miei successivi ragionamenti, fu che loro erano in regola in quanto c'era una registrazione in cui il cittadino dava quella comunicazione e che, quindi, la responsabilità era la sua.
Arriviamo così al punto della questione e che investe dimensioni che paiono scomparse dal lessico delle relazioni e dei comportamenti nella nostra società: il senso di umanità, la capacità e l'esigenza di immedesimarsi negli altri, l'opportunità o meno di porre in essere alcuni gesti.
Ancor di più resto stupito dinanzi al modo di operare di alcuni che fanno dell'informazione la propria professione.
Qualche giorno fa chiamai un conoscente, redattore in una TV locale del Cilento.
Gli chiesi se mi avesse potuto illustrare i criteri con i quali pubblicano notizie, soprattutto quando queste riguardano particolari aspetti delle vicende delle persone.
In particolare, gli chiesi se, a fronte di una comunicazione ricevuta da un cittadino che mi vedeva mio malgrado coinvolto, avessero cercato dei riscontri prima della pubblicazione.
La risposta di questa persona, peraltro molto garbata e stupìta alle mie richieste ed ai miei successivi ragionamenti, fu che loro erano in regola in quanto c'era una registrazione in cui il cittadino dava quella comunicazione e che, quindi, la responsabilità era la sua.
Arriviamo così al punto della questione e che investe dimensioni che paiono scomparse dal lessico delle relazioni e dei comportamenti nella nostra società: il senso di umanità, la capacità e l'esigenza di immedesimarsi negli altri, l'opportunità o meno di porre in essere alcuni gesti.
Se esiste un dovere deontologico di trovare riscontri ad una informazione, dal mio punto di vista è ancora più importante, oserei dire dirimente, la questione etica.
Il fatto che un'azione sia legalmente possibile non la rende automaticamente lecita dal punto di vista etico.
Ancora. Troppo spesso ci si dimentica che dall'altro lato ci sono delle persone che già vivono un dramma, una condizione di fragilità fisica, mentale e non si tiene conto delle conseguenze psicologiche, relazionali e gli effetti nella comunità.
Immaginiamo per un attimo l'impatto di una notizia non confermata su una madre cardiopatica già sufficientemente in apprensione per una determinata situazione che riguarda i propri cari.
E immaginiamo anche come si possa sentire colui che viene accusato senza possibilità di esprimere la propria versione.
Mi sono reso conto concretamente del perché, giovani vessati e persone fragili possano giungere a gesti estremi.
E immaginiamo anche come si possa sentire colui che viene accusato senza possibilità di esprimere la propria versione.
Mi sono reso conto concretamente del perché, giovani vessati e persone fragili possano giungere a gesti estremi.
Mi chiedo quando assisteremo al ripristino delle condizioni di buon senso, quando torneremo ad esercitare l'empatia, quando, la vita e gli affetti delle persone, torneranno ad essere il fine dell'agire di ognuno e non lo strumento per raggiungere i propri scopi?

Dimmi, caro Giovanni: da quali fonti, politiche, culturali, sociali, storiche trasuda questo marciume che sta demolendo le nostre società? Deificare il denaro significa venerare un'astrazione che sta annichilendo la nostra esistenza, privandola di speranza e di orizzonti nuovi verso cui guardare per migliorare la nostra vita. E quando anche la chiesa si china ai forti poteri costituiti dall'uso smodato del denaro, Cristo piange sulla croce e temo che le sue lacrime possano diventare un diluvio in cui tutti rischiamo di affogare. L'immagine, ovviamente, è metaforica perché si nutre di letture bibliche fatte nella mia adolescenza, quando la speranza di un mondo migliore era sempre viva, come il riflesso di quei giovani anni ora vivi solo nei ricordi.Ma l'età avanzata, quando la nostalgia assume le sembianze della speranza, ti par di guardare il sole alto ancora all'orizzonte, che non è quello dell'alba ma di un tramonto.
RispondiEliminaCorrezione:"ma nell'età avanzata...."
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