Indipendentemente dalla Fede, la Sacra Bibbia è maestra di vita per tutti, credenti, agnostici e non credenti, per il semplice fatto che prende in considerazione la quotidianità e la realtà delle persone
La difficoltà nel mettere a frutto i suoi insegnamenti sta nel fatto che, anche per i cristiani, il Testo Sacro è pressoché sconosciuto e la "spiegazione" (esegesi) dei testi è sovente legata a maldestre interpretazioni popolari che in alcuni casi sono diventati modi di dire che poco hanno a che fare con l'essenza reale di quegli scritti.
Uno dei passi più noti e controversi si trova in due Vangeli:
Lc 6,29a: A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l'altra.
Mt 5,39b: se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra.
Questo versetto, nel corso dei secoli e tuttora ai nostri giorni, è diventato una sorta di giustificazione all'arrendevolezza, quasi all'ignavia e fondamento di quell'atteggiamento che ha preso il nome di buonismo.
In realtà il significato è l'esatto opposto. Ai tempi di Gesù gli schiavi venivano percossi con il dorso della mano affinché il padrone, di solito un ebreo benestante ed osservante, non avesse a contaminarsi con lo schiavo stesso. A meno che il padrone non fosse stato mancino, la guancia colpita era la destra cosicché, l'invito di Gesù a porgere la guancia sinistra, non significava accettare la violenza e la sottomissione quanto farsi carico di spezzare un circolo vizioso anche di violenza, realizzare condizioni tali da indurre un cambio di atteggiamento o, almeno, portare chi percuote a prendere coscienza di quanto fa attraverso lo "sporcarsi le mani".
Allo stesso modo è male interpretato Mt 7,1: non giudicate per non essere giudicati. Questo versetto è vissuto come una sorta di liberatoria verso il relativismo morale, quasi un via libera a farsi i propri affari.
Gesù, in quanto Figlio di Dio, conosce benissimo l'animo umano e sa che il giudizio verso gli altri prende spunto dalla mancata elaborazione delle stesse cose da parte di sé stessi. Gli altri sono il nostro specchio quindi l'invito è prima di tutto a far chiarezza con la propria persona e nel momento in cui ci siamo giudicati, e possibilmente avviati in un percorso di conversione, avremo la possibilità di accompagnare anche gli altri a migliorarsi nello spirito della correzione fraterna. Potremmo chiamarla empatia e richiama una delle linee guida del cristianesimo ovvero la reciproca responsabilità espressa in Gn 4,9 «Dov'è Abele, tuo fratello?»
L'elaborazione delle vicende degli ultimi mesi è ancora in corso. Moltissime le manifestazioni di solidarietà ricevute che hanno lenito il mio l'animo lacerato e che sono state rifugio sicuro nella notte gelida e buia dei sospetti e delle accuse. Tuttavia le mie riflessioni vertono proprio sull'atteggiamento di non poche persone che si sono avventurate in giudizi sommari sui miei comportamenti e sulla mia persona. Ho avuto modo di parlare con alcuni di essi e lo sconcerto è aumentato a causa delle giustificazioni spesso disarmanti. La tesi comune di costoro è che non hanno fatto altro che accodarsi a quanto "si diceva".
Nessuno si è preoccupato di verificare ed accertarsi della veridicità delle ricostruzioni. Peggio ancora l'espressione di giudizi, ovvero di condanna, verso la mia persona in alcuni casi senza neppure la conoscenza personale.
Un'altra realtà emersa da questi confronti è quella che la tendenza ad esprimere valutazioni e giudizi attraverso i social media, spesso ignorando i fatti fino ad arrivare alla diffamazione, è ritenuta un fatto normale, quasi una inevitabile esigenza "per esserci" alla quale non ci si può sottrarre.
In un altro caso, colui al quale ho chiesto conto delle sue azioni, mi ha risposto che non era a conoscenza del fatto che la persona coinvolta fossi io. Anche in tale occasione resto perplesso perché, indipendentemente dal "chi", la sostanza è che dietro ogni vicenda ci sono delle persone reali e vengono coinvolti e travolti i loro affetti più cari.
Ultimo episodio in ordine di tempo, una persona che mi ha fermato per salutarmi pensando che io non fossi a conoscenza di quanto lui scritto, invocando per me anche punizioni esemplari tali da essere di monito a tutti. La mia reazione è stata una domanda ovvero come mai avesse scritto certe cose non sapendo come fossero andati i fatti. Da parte sua la stessa dinamica sopra descritta e l'accusa a me di essere rimasto contagiato, quasi me la fossi cercata.
Ora, cosa c'entra quanto espresso all'inizio del post con le mie vicende personali?
L'esperienza da me vissuta potrebbe essere simile a molte in altri àmbiti e tuttavia dimostra come siamo distanti dal saper fare chiarezza con noi stessi prima di andare incontro agli altri. Il giudizio (e la condanna) dei comportamenti altrui, non è vissuto come occasione di discernimento personale ma quasi il tentativo di voler esorcizzare eventi negativi e persuadersi nella effimera convinzione del "a me non può capitare", "io non sono come gli altri".
Per contro, all'epoca dei fatti, mi parve naturale porre dei gesti di accoglienza e comprensione, io nei confronti degli altri, poiché mi rendevo conto del timore e delle paure dinanzi a qualcosa di sconosciuto. Il comunicato che feci, mettendo a disposizione di tutti i fatti della mia vita privata di quelle settimane, aveva, tra le righe, anche l'intento di indurre alla riflessione coloro che mi leggevano. In realtà molti furono coloro che con telefonate e messaggi, si sono scusarono di quanto avevano scritto e detto.
La conclusione è che, anche quando siamo vittime di ingiusti giudizi sommari, per favorire il cambiamento in meglio delle persone e, volendo allargare l'orizzonte, della società, non possiamo che partire dal lavoro da realizzare su noi stessi. La risposta alla violenza non è la violenza e, allo stesso modo, la strada che conduce all'atteggiamento della serenità altra non può essere che quella del perdono.

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