E' delle ultime settimane un aggiornamento delle linee guida riguardo l'utilizzo della pillola abortiva RU486. Si potrà richiederne la somministrazione fino alla nona settimana di gestazione e basterà un giorno in day hospital.
Il tema aborto è uno di quelli che ha lacerato profondamente la società italiana e per il quale ancora oggi il confronto è molto duro.
E' altresì complicato da affrontare poiché gli aspetti da valutare sono molteplici. Io non ho le competenze per essere esaustivo e non è mia intenzione esprimere giudizi sulle persone (ci mancherebbe altro) piuttosto tentare, con tutti i miei limiti, una visione quanto più distaccata possibile.
Parto da una considerazione riguardo la comunicazione. Quando ci si cimenta con l'argomento, solitamente si parla di legge sull'aborto oppure se ne cita il numero, ovvero la 194. In realtà la legge ha un altro nome, volutamente articolato affinché se ne possa percepire l'essenza: Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza.
Di fatto si omette la prima parte del titolo proponendo una interpretazione parziale e, comunque, diversa da senso che gli estensori gli diedero e cioè che interrompere la gravidanza non è un diritto della persona, non è una sua libertà. Abortire è una scelta drammatica ed estrema, che la legge consente nella misura in cui un bene giuridico sancito nella Costituzione si pone in insanabile contrasto con un altro di pari valore: il diritto alla vita del concepito e quello alla salute fisica e psichica della gestante.
È questo il vero spirito della legge che al suo articolo 1 recita: Lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio».
Nell'àmbito della comunicazione siamo quindi di fronte ad un approccio culturale che è prerogativa di alcune ideologie politiche cioè, quello della spersonalizzazione di realtà che invece incidono profondamente nella vita delle persone. D'altra parte, la medesima dinamica accadde con la Legge Biagi che veniva citata come Legge 30.
La seconda osservazione riguarda la mancata applicazione dell'intero impianto della legge e, nello specifico, la parte che riguarda l'informazione alle donne, la prevenzione, e il lavoro di accompagnamento che dovrebbero svolgere i consultori famigliari.
L'attività dei consultori è chiara nell'articolo 5 dove ne viene indicata la finalità: la struttura socio-assistenziale è preposta alla rimozione delle eventuali cause che spingono la donna a chiedere l'interruzione della gravidanza. Capita invece che i consultori possano diventare una sorta di centro di informazione burocratico e di smistamento. Raramente vengono proposte alternative percorribili ed ancor più è raro trovare una corretta informazione a 360°. Un esempio è la mancata proposta di parto anonimo con il non riconoscimento del bambino il quale viene inserito in un particolare percorso per agevolarne l'adozione.
Chi ha avuto l'occasione di accompagnare una donna, talvolta una famiglia, nel percorso decisionale riguardo l'interruzione volontaria della gravidanza, si è trovato di fronte a persone che, nel 90% dei casi, vive tale realtà come un dramma. Soprattutto le donne avvertono il peso della decisione e raramente, anche se negli ultimi anni i casi sono aumentati, l'aborto è utilizzato alla stregua di metodo contraccettivo di ultima istanza.
Ciò che si percepisce è l'estrema solitudine della donna, solitudine morale, solitudine psicologica, spesso isolamento sociale anche all'interno del nucleo famigliare.
Questo è il motivo fondamentale con non mi convince nell'emanazione delle nuove linee guida ovvero si interrompe la gravidanza e si dimette la paziente quasi che la persona si fosse sottoposta ad una estrazione dentale.
La solitudine morale e psicologica è, nel medio e lungo termine, devastante per il benessere della donna, soprattutto quando non è inserita in un solido contesto famigliare o di coppia.
E' evidente la difficoltà di trovare un punto di equilibrio tra le varie dimensioni, tuttavia l'applicazione totale dell'impianto legislativo sarebbe un notevole passo avanti.
Da persona credente, impegnato nella pastorale famigliare della mia comunità, penso che anche noi cattolici dobbiamo riflettere e farci delle domande.
Il punto di partenza non può che essere il ribadire l'intangibilità della vita da parte di chicchessia e la sua sacralità intesa come concetto laico, ovvero: «vuol dire riconoscere il valore sacro della vita umana, come bene indisponibile, e il fatto che la sua tutela deve iniziare dal momento del concepimento alla sua fine naturale, anche con la malattia. La vita è un dono e questo è un principio universale, non ideologico ma laico» (prof. Mario Melazzini, presidente Fondazione Italiana Ricerca SLA).
Come cristiano non mi appassiona la messa all'indice di chi è già duramente provato da tali vicende. Non si tratta di giustificare e tanto meno di far finta di nulla quanto di lasciare sempre uno spazio affinché le persone non si sentano abbandonate.
Un'interpretazione maldestra dell' Humanae Vitae pareva mettere dei limiti invalicabili all'esercizio della sessualità anche in ambito coniugale. In realtà il pensiero di Paolo VI non era quello di ingessare definitivamente l'evoluzione della morale sessuale della Chiesa, quanto proporre un orientamento per il suo sviluppo nei decenni a seguire. Seppur timidamente (i tempi della Chiesa non sono molto veloci) si metteva in risalto la finalità unitiva del matrimonio e, se da un lato si ribadiva la contrarietà alla contraccezione, dall'altro veniva sottolineato come disordine anche l'omissione dell'atto coniugale.
Alla fine degli anni novanta, Pietro Prini, nel suo Lo scisma sommerso teorizzava come la rigidità delle norme dottrinali in materia di morale sessuale e bioetica, avessero spinto molti cristiani a sentirsi fuori dalla Chiesa in quanto non perfettamente in linea con quelle norme.
Il mio punto di vista è che, fermo restando le verità della dottrina, non possiamo dimenticare che la Fede non è un obbligo ma una proposta. Si tratta di restare accanto alle persone e fargli sperimentare che il Signore resta sempre accanto. Non è una novità di Giovanni XXIII ma la prassi di Gesù quella di condannare l'errore e non l'errante.
Ora, quale atteggiamento dovremmo avere nei confronti di una persona già duramente provata da un'interruzione volontaria di gravidanza? Non certo quella di abbandonarla a se stessa ma di trovare un luogo, fisico e metaforico, in cui si possa sperimentare l'accoglienza, il perdono ed una proposta di conversione, non solo nella sua accezione religiosa.

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