La morte non è una realtà razionale ed umanamente accettabile, ancor di più quando colpisce un giovane.
Quando questa sopraggiunge con le modalità di cui è stato vittima Willy, all'incredulità si aggiunge la rabbia e lo sgomento per la violenza gratuita della quale è stato fatto oggetto, assassinandolo.
Sono rimasto spesso stupito ogni qualvolta abbia letto reazioni e commenti a questo tipo di eventi che, ahi noi, si susseguono sempre più di frequente. La macchina mediatica della strumentalizzazione politica ed il tam tam sui social network, assumono immediatamente, da una parte, la forma della contrapposizione ideologica; dall'altra l'utilizzo della retorica dello Stato che non funziona, delle mele marce, del "diverso" che è brutto e cattivo etc.
Non di rado mi capita di dissociarmi dal "pensiero unico", molto di più in queste occasioni. Dal mio punto di vista sono risposte parziali ed inadeguate frutto dell'emotività e che valutano le questioni nella loro parte finale; è come se un medico tentasse un approccio terapeutico ad una malattia curandone i sintomi e non le cause.
In primo luogo ci si dimentica che vittime e carnefici sono persone. Lo sforzo di rinchiuderli in categorie (immigrato integrato, ragazzo modello, esempio di onestà, etc da una parte; extracomunitari, clandestini, tossici, balordi, teppisti etc dall'altra) serve a coloro che ne parlano per schierarsi pro oppure contro in relazione alle proprie convinzioni e sentimenti.
Il punto fondamentale però, dal mio punto di vista, è quello che viviamo oggigiorno non è altro che il frutto della banalizzazione, relativizzazione, mancanza di rispetto verso la vita.
La vita ha una sua dignità intrinseca, una sorta di laica sacralità che nel corso degli anni sono state via via svilite e svuotate.
Questa dinamica che va dal definire un diritto la soppressione della vita nascente, così come l'eliminazione di quella sofferente, arrivando al commercio di organi,e passando attraverso la nuova tratta di esseri umani, ha contribuito al clima di sopraffazione ed alla affermazione della "legge del più forte": le persone, quelle più deboli ed indifesi naturalmente, trattate alla stregua di qualsiasi merce. Pare che le "violenze" siano state sdoganate e sempre più frequentemente vengano utilizzate quale strumento di confronto, contrapposizione, o per acquisire una falsa emancipazione che avviene, paradossalmente, omologandosi a determinati modelli.
Attenzione, non si tratta di giudicare o condannare la persona in quanto tale, me ne guardo bene. Il punto sta nel fatto che l'Uomo a smesso di esercitare la critica ed il discernimento. Si accontenta di pseudo verità e falsi miti quali quello del successo a tutti i costi, del fine che giustifica i mezzi, e che in una ipotetica competizione, l'altro non è un avversario da battere ma un nemico da abbattere.
Sono stati accantonati i cosiddetti valori e princìpi tradizionali" sostituendoli con il nulla; è stato definito vecchio ciò che invece è antico, antiquato ciò che invece ha una Storia.
Ma ogni giorno quanti Willy, Pamela, Sacko, Adnan etc, sono pestati a morte con l'indifferenza, l'emarginazione, l'abbandono, lo sfruttamento(etc). Sono essi gli anziani, le donne, i disabili, i clandestini, i disoccupati, sono tutti coloro a cui vengono negati diritti ed opportunità, e così via. Tutto ciò è negazione e mancanza di rispetto per la vita, ancor prima che essere un comportamento immorale o una condotta delinquenziale.
La strada per rendere onore a tutte le vittime e per fare in modo che la loro morte abbia un valore ed un significato, non è altro che quella di rimettere al centro dell'attenzione la vita, la persona. Se così non sarà dovremo prepararci a pensare a nuove "categorie" che prima o poi serviranno per descrivere nuove vittime e nuovi carnefici.

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