In una prospettiva di Fede la faccenda si complica, in modo particolare dinanzi alla cosiddetta "sofferenza dell'innocente".
Diciamola tutta: quando le asperità del cammino sono lievi ci sentiamo confortati ed inorgogliti dal nostro sentimento religioso, quasi protetti dal Signore che non ci fa capitare cose troppo pesanti.
Ed in questo senso siamo anche facili dispensatori di consigli e di consolazione verso coloro che sono duramente provati dalla vita. Andiamo anche oltre dicendo la fatidica frase di circostanza "ti posso capire" quando invece ogni esperienza esistenziale può essere pienamente intesa solo se sperimentata in prima persona.
In uno degli incontri del percorso prematrimoniale chiedo alle coppie il perché della loro scelta delle nozze in chiesa, meglio, nella Chiesa. Le risposte sono molteplici e raramente mi sono trovato di fronte a persone che ne avessero chiaro il significato. Da parte mia, anche per sdrammatizzare, gli dico che di certo il matrimonio religioso non è una sorta di polizza assicurativa che si stipula con il buon Dio e che ci mette al riparo dai guai. Stessa cosa, naturalmente, per chi si incammina in un percorso di Fede.
Quando la tempesta covid sì è abbattuta sulla mia famiglia, dal punto di vista della Fede, la prima sensazione è stata quella della confusione.
Quando la tempesta covid sì è abbattuta sulla mia famiglia, dal punto di vista della Fede, la prima sensazione è stata quella della confusione.
Ecco, io credo che chi sperimenta il dramma della sofferenza, all'inizio è come stordito. Pare non sia possibile che tutto ciò avvenga, sembra di stare in uno strano sogno, e solo il passare dei giorni fa rendere conto che invece è la realtà e sta avvenendo proprio a me.
Il repentino susseguirsi degli eventi nefasti fa vacillare violentemente la Fede. Ci si chiede il perché, quale comportamento o atteggiamento possa essere stato sbagliato quasi da provocare la punizione di Dio nell'ancestrale e mai del tutto sopita teoria retributiva. In realtà il nocciolo della questione è tutto in questa dinamica che tenta di razionalizzare il mistero della sofferenza. Nello splendido libro di Giobbe, tre dei suoi amici fanno proprio questo maldestro tentativo di consolarlo cercando spiegazioni "terrene" tanto da indurlo ad appellarli come "consolatori molesti".
E' invece il quarto amico che offre un punto di vista "altro". Se ci si vuole incamminare in un percorso di Fede è necessario abbandonare le personali certezze e sicurezze e accogliere la volontà del Padre. Quanto più volontariamente e consapevolmente ci si annienta, tanto più Dio pone dimora dentro di noi disperdendo nebbie che ci avvolgono. L'umano sapere è infinitamente piccolo ed inadeguato per tentare di interpretare i misteriosi disegni di Dio e dare una spiegazione al dolore così come diceva padre Turoldo:
E' invece il quarto amico che offre un punto di vista "altro". Se ci si vuole incamminare in un percorso di Fede è necessario abbandonare le personali certezze e sicurezze e accogliere la volontà del Padre. Quanto più volontariamente e consapevolmente ci si annienta, tanto più Dio pone dimora dentro di noi disperdendo nebbie che ci avvolgono. L'umano sapere è infinitamente piccolo ed inadeguato per tentare di interpretare i misteriosi disegni di Dio e dare una spiegazione al dolore così come diceva padre Turoldo:
“Sapienza, Provvidenza, Potenza di Dio sono sempre al lavoro, perché anche il mondo, e non solo l’uomo, non è mai perfetto, mai sicuro; non è mai perfetto, mai sicuro, perché uomo e universo non sono mai finiti”.
Tuttavia è attraverso la trasfigurazione della sofferenza verso un bene maggiore che questa assume un senso, è nel dono di sé agli altri che il dolore spezza le catene dell'io trasformandosi in occasione di purificazione e rinascita.
Dinanzi alla sofferenza Dio non resta in silenzio si esprime piuttosto su una lunghezza d'onda che si può captare solo in determinate condizioni, tenendo sempre presente che ci ha donato suo Figlio il quale ci ha dimostrato che dopo ogni Golgota c'è sempre la resurrezione.

Ognuno di noi, nell'età della maturita dovrebbe mettere a frutto le proprie esperienze parlando di sé agli altri, ponendosi non come individuo singolo di una società o di una umanità, ma come suo sicuro rappresentante, perché parlando di sé stesso parlerà sicuramente di tutto il genere umano,perché le sofferenze sono sentite con egual dolore da tutti. E allora, a che serve appellarsi a credenze, quando queste non sono condivise in egual misura da tutti? Perché non attingere dalla propria coscienza che non mente mai?Ecco, per poterci aiutare reciprocamente, che ognuno parli di sé come se parlasse degli altri e tuuti, nell'identificarci come frutto di quell'albero che è l'intera umanità potremmo capirci meglio e aiutarci fra di noi senza ricorrere al guinzaglio della trascendenza e della fede che da alcuni non sono condivise né accettate. Per conoscere noi stessi noi dovremmo parlare di noi stessi senza delegare a credenze create da altri che spesse volte tendono solo a dividerci. La verità è una sola, come quella sofferenza che mostriamo nell'affrontare un dolore. Quindi....perché le religioni sono tante?
RispondiEliminaScusate per le ripetizioni non volute di sicuro: ma quando sei costretto a scrivere in ambiti risttretti non t'accorgi di dire ciò che appena prima hai detto.
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